Da ieri sera ho deciso che il mio palinsesto televisivo per i prossimi giorni si limiterà solo a Grande Fratello o X Facttor pur di evitare il disgusto che mi causerebbe sentire parlare ancora del caso Eluana. Sono passate poche ore dalla sua morte e già si vedono avvoltoi gettarsi in picchiata sul suo cadavere.
Provo un profondo rammarico per quanti, politici, prelati o semplici isterici si stanno arrogando il diritto di salire in cattedra per giudicare un dolore che nessuno di loro ha mai sperimentato e che per questo rende le loro posizioni patetiche e perverse in un momento come questo in cui l’unico sentimento da provare dovrebbe essere quello di pietà per i morti ma ancora di più dovrebbe essere compassione per i vivi come i familiari di Eluana. Se esiste un’anima, che la sua riposi in pace contrariamente a quelle di quanto stanno già strumentalizzando il suo misero caso.
martedì 10 febbraio 2009
venerdì 6 febbraio 2009
I DRAMMI FAMILIARI DI ALESSANRA MUSSOLINI

L’Espresso on line oggi ha pubblicato la versione politica di uno dei giochi più famosi della storia: “Indovina chi?”. Solo che come sottotitolo in questa variante va aggiunto: “è più assenteista tra gli europarlamentari?”.
Stacco.
L’altro giorno a “l’Italia in diretta” si parlava di un argomento nuovo: l’omosessualità, Povia, le guarigioni dalla frociaggine e la connessione tra prenderlo in berta e il disboscamento della foresta amazzonica. Prendendo spunto dalle illuminanti dichiarazioni di Al Bano sull’omosessualità, è intervenuta Alessandra Mussolini che dichiara “sarebbe una tragedia se avessi un figlio gay o tarallo (e si difende dall’ammonimento di Grillini replicando che lo dice in tono scherzoso! Quindi io da oggi a lei potrei darle della “puttana” visto che anche questo è un sinonimo che molti maschi adoperano per definire le donne. Tanto, si dice per ridere!!).
La vera tragedia però, e qui unisco le due notizie, è il fatto che giocando a “Indovina chi fa sega all’europarlamento?” di L’Espresso, scopro che Alessandra è la deputata europea italiana più assenteista (dopo una par suo di AN la quale evidentemente può presenziare solo 34 volte su 100 causa impegni dovuti alla preparazione delle conserve di pomodori e la raccolta delle olive).
Immagino infatti che la messa in piega a via del Babbuino o partecipare a trasmissioni del genere richiedano una sua presenza quasi costante in patria.
Del resto lei fa politica attiva quando va ad un talk show del pomeriggio dove solitamente si parla delle tette di Cristina del Grande Fratello.
Infondo immagino che per lei sia un impegno morale e politico rappresentare il suo elettorato parlando ti temi caldi quali il gay pride e la sovraesposizione della cultura omosessuale quando mezza Italia, me compreso, ha perso il lavoro e gliene sbatte un piffero della tragedia familiare in casa Mussolini qualora a uno dei suoi figli avesse le chiappe chiacchierate.
Non mi lancerò ora in ulteriori critiche nonostante sarebbero per me succulenti come un fritto misto alla romana. Ma mi limito solamente a chiedermi: ma questa, invece di andare a fare la vaiassa napoletana da Sposini, perché non pensa a fare ciò per cui noi la strapaghiamo al parlamento europeo? (oddio, ora che ci penso, forse fa meno danni seduta sullo sgabello de L’Italia in diretta!)
tra le 18 e le 20 appizzate l'orecchio.

prendetevi un permesso al lavoro e inventate una scusa con la vostra analista per rimandare la seduta: stasera sono da La Pina a Radio DJ dove anche io dopo Povia, Al Bano, la Mussolini, Bin Laden e Leonella, la cassiera della GS sotto casa mia dichiarerò che se mio figlio fosse ghei sarebbe una tragedia!!!
ECCO L'INTERVENTO DA LA PINA E DIEGO. A CHI INTERESSA, LO TROVA QUI. GRAZIE ANDREA.
http://www.sendspace.com/file/3d2gbu
giovedì 5 febbraio 2009
CONSIGLI PER GLI ACQUISTI.
Va bene, 16euro e 50 è un signor prezzo e mi rendo conto che in questo periodo di crisi non sono proprio pochissimi. Capisco anche che a scrivere il libro sono io e non un nobel della letteratura ma è pur vero che con il mio libro o meglio, con la sua copertina si possono fare un sacco di cose utilissime e, se ben impiegato, vi farà risparmiare nel tempo un sacco di soldi.
Ve ne elenco solo alcune:

come vedete dalla foto è utilissimo per dare luce alle vostre piante da esterno costrette invece al crepuscolo dei vostri appartamenti aiutandovi così a farle sopravvivere senza spendere per comprarne di nuove (funziona anche con quelle di plastica ma, attenzione, se sopraesposte rischiano di squagliarsi);
supponete di essere inseguiti da un gruppo di lesbiche inferocite perché vi hanno sentito dire che il calcio è uno sport noioso: niente di più facile, basterà usare la copertina glitterata del mio libro per accecarle con il riflesso della luce, risparmiando così su tinture di iodio e cerotti altrimenti necessari per curare ferite ed abrasioni che certamente vi procurereste;
il mio libro è altresì utilissimo in spiaggia per abbronzarsi il collo molto meglio di una qualsiasi crema abbronzante che, a meno di sottomarche cancerogene, vi costa minimo minimo 20 euro a boccetta;
e che dire della sua funzione scalda vivande? Sfruttando i raggi solari la copertina si riscalda fino a raggiungere i 140°, ideale anche per grigliate e pizze tra amici. E ve lo devo dire io oggi quanto gas e corrente siano aumentate?
E adesso, venitemi a dire che il mio libro costa troppo!?
Ve ne elenco solo alcune:

come vedete dalla foto è utilissimo per dare luce alle vostre piante da esterno costrette invece al crepuscolo dei vostri appartamenti aiutandovi così a farle sopravvivere senza spendere per comprarne di nuove (funziona anche con quelle di plastica ma, attenzione, se sopraesposte rischiano di squagliarsi);
supponete di essere inseguiti da un gruppo di lesbiche inferocite perché vi hanno sentito dire che il calcio è uno sport noioso: niente di più facile, basterà usare la copertina glitterata del mio libro per accecarle con il riflesso della luce, risparmiando così su tinture di iodio e cerotti altrimenti necessari per curare ferite ed abrasioni che certamente vi procurereste;
il mio libro è altresì utilissimo in spiaggia per abbronzarsi il collo molto meglio di una qualsiasi crema abbronzante che, a meno di sottomarche cancerogene, vi costa minimo minimo 20 euro a boccetta;
e che dire della sua funzione scalda vivande? Sfruttando i raggi solari la copertina si riscalda fino a raggiungere i 140°, ideale anche per grigliate e pizze tra amici. E ve lo devo dire io oggi quanto gas e corrente siano aumentate?
E adesso, venitemi a dire che il mio libro costa troppo!?
mercoledì 4 febbraio 2009
martedì 3 febbraio 2009
UN ULTIMO STRALCIO DEL LIBRO PRIMA DELL'USCITA DI DOMANI.
Ecco un ultimo stralcio del libro prima della pubblicazione di domani.
Se non accendono le luci, sfumano la musica e iniziano a passare lo straccio sulla pista da ballo, io non me ne vado di sicuro e solitamente, anche se ho ballato fino alle 4 di mattina, massimo alle 10 sono già in piedi. Certo, ho il viso che sembra la carcassa di un piccione schiacciato da una macchina, dalla bocca si sparge nell’aria l’odore di una distilleria, ma riesco lo stesso a trascinarmi verso una tazza di caffè.
Una mattina, aprendo la porta della cucina, vengo investito dalla luce del sole che entra dalla finestra. Davanti si staglia una sagoma controluce che sembra una visione ultraterrena, ma che in realtà è semplicemente Costanza con in mano un intruglio equo e solidale dalle misteriose proprietà lassative fatto da non so quale tribù della foresta cambogiana. Ha sempre una pelle distesa e riposata e questo rende il contrasto con la mia ancora più avvilente.
«Hai fatto tardi?»
Mugugno un assenso mentre barcollo verso la sedia e mi ci schianto sopra.
«Hai conosciuto qualcuno?» mi chiede sorseggiando quella sua specie di fango.
Ci rifletto qualche istante e sento le meningi contrarsi nello sforzo di rimettere insieme brandelli di memoria:
«Sì!». Mi verso il fondo di caffè avanzato dalla macchinetta della sera precedente. Come avessi azionato il bocchettone di un idrante, la memoria della sera prima scorre rapidamente lungo i neuroni e ricordo tutto. Tutto tranne il nome del tipo.
Inizio il racconto quando entra Giorgio che, sempre pieno di brio sin dal primo mattino, fa un cenno con il capo e comincia a prepararsi la colazione.
«Be’, allora?», incalza Costanza.
Bevo un sorso di caffè e attacco: «Ragazzi: pazzesco. Ho conosciuto uno davvero carino. Insomma, com’è come non è, finiamo per baciarci».
«Ma dài, che novità.» Giorgio: poche parole e sempre carine.
È vero che da qualche mese mi sono piuttosto lasciato andare a uno stile di vita che io chiamo disinibito e che gli altri definiscono «da mignotta».
«Alla fine ci appartiamo a pomiciare dietro la tenda che copre l’uscita di sicurezza del Gloss Disco Frocio Club. Questo mi sbottona i pantaloni, mi gira e fa una cosa mai fatta prima.»
«Ti chiede il nome?»
Lo ignoro con aria superiore.
«No, mi gira e inizia a leccarmi il culo.»
«Rimming» fa Gio’, che ha il naso nella tazza dei cereali come se ci fosse caduta una lente dentro e la stesse cercando.
«Cosa?» chiede Costanza.
«Leccare il buco del culo. Si chiama rimming.»
«Ma che, davvero?» chiede stupita. Poi a me: «E tu te lo sei fatto leccare?».
«Lì per lì sono rimasto un po’ imbarazzato. Ma, oh, non sapete che bello. E poi lo ha fatto per un sacco di tempo. Una sensazione di fresco, davvero piacevole. La sento ancora, dietro. Decisamente fico.»
Dall’espressione di Costanza mi rendo conto che parlare di buco di culo leccato mentre si fa colazione non è certo il massimo e decido quindi di troncarla lì. Vado in bagno a fare una doccia prima di andare in biblioteca a studiare.
Sarà la suggestione, ma ancora posso sentire la lingua di quel ragazzo accarezzarmi il sedere. Entro nella vasca. Apro l’acqua che mi bagna il corpo. Strofino la pelle con la mano insaponata poi passo dietro. Sento qualcosa di strano attaccato ai peli del mio fondoschiena. Proprio nell’incavo delle natiche. Aggrovigliata in quella selva di peli che sono strenua testimonianza del fatto che, nonostante abbia i gusti delle femmine, tricologicamente parlando non posso che appartenere alla degna discendenza dell’uomo di Neanderthal, c’è una cosa molliccia.
L’urlo di orrore che segue scuote tutta la casa, fino a svegliare Mario che non si è mai alzato dal letto prima delle 2 del pomeriggio da quando è sbarcato a Roma.
Se non accendono le luci, sfumano la musica e iniziano a passare lo straccio sulla pista da ballo, io non me ne vado di sicuro e solitamente, anche se ho ballato fino alle 4 di mattina, massimo alle 10 sono già in piedi. Certo, ho il viso che sembra la carcassa di un piccione schiacciato da una macchina, dalla bocca si sparge nell’aria l’odore di una distilleria, ma riesco lo stesso a trascinarmi verso una tazza di caffè.
Una mattina, aprendo la porta della cucina, vengo investito dalla luce del sole che entra dalla finestra. Davanti si staglia una sagoma controluce che sembra una visione ultraterrena, ma che in realtà è semplicemente Costanza con in mano un intruglio equo e solidale dalle misteriose proprietà lassative fatto da non so quale tribù della foresta cambogiana. Ha sempre una pelle distesa e riposata e questo rende il contrasto con la mia ancora più avvilente.
«Hai fatto tardi?»
Mugugno un assenso mentre barcollo verso la sedia e mi ci schianto sopra.
«Hai conosciuto qualcuno?» mi chiede sorseggiando quella sua specie di fango.
Ci rifletto qualche istante e sento le meningi contrarsi nello sforzo di rimettere insieme brandelli di memoria:
«Sì!». Mi verso il fondo di caffè avanzato dalla macchinetta della sera precedente. Come avessi azionato il bocchettone di un idrante, la memoria della sera prima scorre rapidamente lungo i neuroni e ricordo tutto. Tutto tranne il nome del tipo.
Inizio il racconto quando entra Giorgio che, sempre pieno di brio sin dal primo mattino, fa un cenno con il capo e comincia a prepararsi la colazione.
«Be’, allora?», incalza Costanza.
Bevo un sorso di caffè e attacco: «Ragazzi: pazzesco. Ho conosciuto uno davvero carino. Insomma, com’è come non è, finiamo per baciarci».
«Ma dài, che novità.» Giorgio: poche parole e sempre carine.
È vero che da qualche mese mi sono piuttosto lasciato andare a uno stile di vita che io chiamo disinibito e che gli altri definiscono «da mignotta».
«Alla fine ci appartiamo a pomiciare dietro la tenda che copre l’uscita di sicurezza del Gloss Disco Frocio Club. Questo mi sbottona i pantaloni, mi gira e fa una cosa mai fatta prima.»
«Ti chiede il nome?»
Lo ignoro con aria superiore.
«No, mi gira e inizia a leccarmi il culo.»
«Rimming» fa Gio’, che ha il naso nella tazza dei cereali come se ci fosse caduta una lente dentro e la stesse cercando.
«Cosa?» chiede Costanza.
«Leccare il buco del culo. Si chiama rimming.»
«Ma che, davvero?» chiede stupita. Poi a me: «E tu te lo sei fatto leccare?».
«Lì per lì sono rimasto un po’ imbarazzato. Ma, oh, non sapete che bello. E poi lo ha fatto per un sacco di tempo. Una sensazione di fresco, davvero piacevole. La sento ancora, dietro. Decisamente fico.»
Dall’espressione di Costanza mi rendo conto che parlare di buco di culo leccato mentre si fa colazione non è certo il massimo e decido quindi di troncarla lì. Vado in bagno a fare una doccia prima di andare in biblioteca a studiare.
Sarà la suggestione, ma ancora posso sentire la lingua di quel ragazzo accarezzarmi il sedere. Entro nella vasca. Apro l’acqua che mi bagna il corpo. Strofino la pelle con la mano insaponata poi passo dietro. Sento qualcosa di strano attaccato ai peli del mio fondoschiena. Proprio nell’incavo delle natiche. Aggrovigliata in quella selva di peli che sono strenua testimonianza del fatto che, nonostante abbia i gusti delle femmine, tricologicamente parlando non posso che appartenere alla degna discendenza dell’uomo di Neanderthal, c’è una cosa molliccia.
L’urlo di orrore che segue scuote tutta la casa, fino a svegliare Mario che non si è mai alzato dal letto prima delle 2 del pomeriggio da quando è sbarcato a Roma.
lunedì 2 febbraio 2009
Per sapere un po' che sapore ha.
Come ormai anche le spore primordiali scoperte su Marte sanno, dopodomani esce 'sto benedetto libro.
Ma un assaggino mi sembra doveroso offrirvelo.
Ecco allora un paio di stralci a caso del racconto sperando vi piacciano.
Ho letto in una rivista che i bambini nati con il cordone ombelicale attorcigliato intorno al collo sviluppano in età adulta una propensione al suicidio. Sempre nello stesso articolo veniva riportata un’altra teoria, partorita, immagino, dallo stesso genio della psicologia prenatale: i neonati espulsi con parto cesareo sono più arrendevoli nei confronti della vita visto che non hanno affrontato la dura prova dell’uscita naturale dal grembo materno.
Dunque io dovrei avere la stessa aspettativa di vita di un kamikaze di Al Qaeda, visto che sono nato con un parto cesareo per sventare la possibilità che morissi asfissiato. Infatti osservando le radiografie dell’epoca, è evidente il mio disperato tentativo di tornare subito al Creatore, soffocandomi con quella specie di cappio, piuttosto che passare per quella fessura chiamata vagina.
Lo voglio chiarire subito: io non ho mai sfiorato la patatina di una donna neppure con un dito. Figuriamoci passarci attraverso.
Il primo anno di Sociologia mi metto in testa di frequentare tutti i corsi: sono affascinato da insegnamenti come Antropologia Culturale, Sociolinguistica, Semiotica o Psicologia Sociale e non ne voglio perdere neppure uno. Riesco addirittura a essere in due aule diverse nello stesso tempo (esperimento che prima di me è riuscito solo al famoso sant’Antonio da Padova con il suo celebre numero dell’ubiquità).
C’è solo un piccolo particolare che però non mi fa godere a pieno la mia scelta didattica: il fatto che il 99 per cento degli studenti siano donne. Questo nel manifesto degli studi mica lo avevano detto, disonesti. Altrimenti, a costo di impiegarci quindici anni, mi sarei iscritto a Ingegneria dove le donne sono talmente poche che la pupazzetta con la gonna inchiodata sulla porta del bagno delle femmine è emigrata alla facoltà di Pedagogia, con la speranza di trovare lavoro almeno lì.
Insomma, per una cosa del genere uno potrebbe anche trascinare il rettorato in tribunale con l’accusa di frode o terrorismo. Ma come: io vengo dalla provincia, puro come un giglio, sperando finalmente all’università di trovare dei gay come me con cui confrontarmi (in senso biblico) e invece? Mi ritrovo donne ovunque: a lezione, nelle toilette, in segreteria, tra i libri della biblioteca.
[…]
Le vedo arrivare a frotte: sciatte, senza trucco, il mollettone con i fiori di plastica tra i capelli e infagottate nei loro maglioni infeltriti tempestati di quei pallini che fa la lana di cattiva qualità. Si piazzano sui banchi a registrare le lezioni sui nastri, prendendo contemporaneamente appunti come le stenografe dei tribunali. Mi sono sempre chiesto: ma a che serve, se stai già registrando la lezione? Cos’è, la sindrome della secchiona? Hai paura che la Madonna ti punisca per aver avuto un pensiero impuro passando davanti ai senegalesi che vendono rane di legno sul viale dell’Università e che per questo ti si smagnetizzi il nastro?
Molte di loro sono figlie della provincia più dolorosa e di confine. Quella provincia fatta di scatoloni spediti dai genitori nelle stive delle corriere interregionali colmi di pasta, conserve di pomodoro, soppressate e peperoni sott’olio che loro, una volta al mese, vanno a recuperare alla stazione dei pullman di piazzale Tiburtino.
A me, che invece sono scappato dal paese caricando di esasperate aspettative la Grande Città, suscitano un nobile senso di disprezzo. Sono a Roma proprio per togliermi di dosso l’odore di quel mondo piccolo piccolo. E gli scatoloni non mi raggiungeranno, nemmeno a
bordo di un pullman. Io corro più veloce.
DOMANI PUBBLICO QUALCHE ALTRO PEZZETTO...
Ma un assaggino mi sembra doveroso offrirvelo.
Ecco allora un paio di stralci a caso del racconto sperando vi piacciano.
Ho letto in una rivista che i bambini nati con il cordone ombelicale attorcigliato intorno al collo sviluppano in età adulta una propensione al suicidio. Sempre nello stesso articolo veniva riportata un’altra teoria, partorita, immagino, dallo stesso genio della psicologia prenatale: i neonati espulsi con parto cesareo sono più arrendevoli nei confronti della vita visto che non hanno affrontato la dura prova dell’uscita naturale dal grembo materno.
Dunque io dovrei avere la stessa aspettativa di vita di un kamikaze di Al Qaeda, visto che sono nato con un parto cesareo per sventare la possibilità che morissi asfissiato. Infatti osservando le radiografie dell’epoca, è evidente il mio disperato tentativo di tornare subito al Creatore, soffocandomi con quella specie di cappio, piuttosto che passare per quella fessura chiamata vagina.
Lo voglio chiarire subito: io non ho mai sfiorato la patatina di una donna neppure con un dito. Figuriamoci passarci attraverso.
Il primo anno di Sociologia mi metto in testa di frequentare tutti i corsi: sono affascinato da insegnamenti come Antropologia Culturale, Sociolinguistica, Semiotica o Psicologia Sociale e non ne voglio perdere neppure uno. Riesco addirittura a essere in due aule diverse nello stesso tempo (esperimento che prima di me è riuscito solo al famoso sant’Antonio da Padova con il suo celebre numero dell’ubiquità).
C’è solo un piccolo particolare che però non mi fa godere a pieno la mia scelta didattica: il fatto che il 99 per cento degli studenti siano donne. Questo nel manifesto degli studi mica lo avevano detto, disonesti. Altrimenti, a costo di impiegarci quindici anni, mi sarei iscritto a Ingegneria dove le donne sono talmente poche che la pupazzetta con la gonna inchiodata sulla porta del bagno delle femmine è emigrata alla facoltà di Pedagogia, con la speranza di trovare lavoro almeno lì.
Insomma, per una cosa del genere uno potrebbe anche trascinare il rettorato in tribunale con l’accusa di frode o terrorismo. Ma come: io vengo dalla provincia, puro come un giglio, sperando finalmente all’università di trovare dei gay come me con cui confrontarmi (in senso biblico) e invece? Mi ritrovo donne ovunque: a lezione, nelle toilette, in segreteria, tra i libri della biblioteca.
[…]
Le vedo arrivare a frotte: sciatte, senza trucco, il mollettone con i fiori di plastica tra i capelli e infagottate nei loro maglioni infeltriti tempestati di quei pallini che fa la lana di cattiva qualità. Si piazzano sui banchi a registrare le lezioni sui nastri, prendendo contemporaneamente appunti come le stenografe dei tribunali. Mi sono sempre chiesto: ma a che serve, se stai già registrando la lezione? Cos’è, la sindrome della secchiona? Hai paura che la Madonna ti punisca per aver avuto un pensiero impuro passando davanti ai senegalesi che vendono rane di legno sul viale dell’Università e che per questo ti si smagnetizzi il nastro?
Molte di loro sono figlie della provincia più dolorosa e di confine. Quella provincia fatta di scatoloni spediti dai genitori nelle stive delle corriere interregionali colmi di pasta, conserve di pomodoro, soppressate e peperoni sott’olio che loro, una volta al mese, vanno a recuperare alla stazione dei pullman di piazzale Tiburtino.
A me, che invece sono scappato dal paese caricando di esasperate aspettative la Grande Città, suscitano un nobile senso di disprezzo. Sono a Roma proprio per togliermi di dosso l’odore di quel mondo piccolo piccolo. E gli scatoloni non mi raggiungeranno, nemmeno a
bordo di un pullman. Io corro più veloce.
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