mercoledì 6 maggio 2009

AVVERTO: NON SONO LUCILLA AGOSTI.




















quindi se andate sul sito non vi fate idee strane. Non sono quella bona bionda fotografata mezza nuda (io vi ricordo infatti che sono moro). ma alla sua destra c'è un box dove trovate una mia intervista.
http://max.rcs.it/news/0905_05news_insyloan.shtml

martedì 5 maggio 2009

TUTTI SUL 19.




A Roma se sei finito su un mezzo pubblico è perché sei uno studente calabrese fuori sede, hai 85 anni e non ti hanno rinnovato la patente, sei un senegalese carico di borse false e dvd taroccati che stai andando a vendere nelle vie del centro o perché la sera prima, perdendo a bacio o penitenza, piuttosto che sfiorare con le labbra la tua collega da tutti soprannominata il “cesso a pedali”, hai preferito pagare pegno raggiungendo l’ufficio con i mezzi.
A questa ristretta schiera di eletti, da un paio di mesi mi sono aggiunto anche io dopo la ben nota dipartita del mio motorino.
Contrariamente alle mie prime resistenze, mi sto però accorgendo che prendere i mezzi non è affatto male (anche perché altre soluzioni non ce ne sono dal momento che ormai i miei amici si sono abbondantemente scocciati di farmi da scioffer e scuse come la pioggia, il mal di schiena e la distanza sono state già abbondantemente sfruttate).
Come molti romani io non prendevo i mezzi più o meno dai tempi del liceo quando alle 7,30 del mattino, con il mio Rocci in braccio (ndr: vocabolario di greco maneggevole e pratico da portare con un dolmen di Stoneing), aspettavo che il 14 mi deportasse al cospetto di un professore a caso per prendere un voto spesso compreso tra il 3 e il 5.
Superato quindi il trauma della memoria causato dal rimettere piede su un mezzo pubblico, mi sono subito reso conto che alla fine è comodo ed economico. Certo il fatto che abiti in una zona centrale aiuta perché se stavo al Laurentino 38 era tutta un’altra musica visto che da quelle parti, come in molte altre zone periferiche, è più facile vedere dei Pegaso alati pascolare nel prato che un autobus di linea passare per la fermata e i tempi di attesa si calcolano in ere.
Ad ogni modo da quando anche io sono diventato assiduo frequentatore dei mezzi pubblici, sto scoprendo uno spaccato socioantropologico degno di una tesi di laurea.
Tra tutte quelle che sto prendendo negli ultimi tempi la linea più interessante è la 19. Un tram che cavalca attraverso razze, ceti e culture che non hanno nulla in comune l’uno con l’altra se non l’abbonamento dell’ATAC (intera rete).
Partendo da Piazza dei Gerani, che è il cuore pulsante di Centocelle, il quartiere dove ragazze spavalde sfoggiano luc arditi composti da top che lasciano scoperti ventri da sagra della carbonara alleggeriti da pirsing sepolti tra la seconda e terza ciambella di lardo e un trucco rimuovibile solo con una soluzione a base di acido muriatico, si viaggia alla volta della Prenestina. Qui, ormai enclave di immigrati cingalesi, l’aria cambia. Nel vero senso della parola. Molti di loro infatti ancora non hanno ancora assimilato la tradizione occidentale della prima colazione a base di latte e biscotti e continuano ad abusare di aglio, mettendolo praticamente ovunque. Il che, alle 9 del mattino, a finestrini chiusi e magari pressati come pecore al macello, assume dei risvolti potenzialmente letali.
All’altezza di Porta Maggiore il 19 fa una virata verso San Lorenzo, quartiere di universitari, zecche fannullone e anche mio. Qui la fauna cambia ancora una volta trasportando a lezione studenti ancora storditi dagli ettolitri di birra trangugiata la sera prima fino alle 3, chiacchierando per strada con gli amici a toni di voce da denuncia all’ARPA e, possibilmente, facendo tutto questo sotto le finestre della mia camera da letto.
Non occorrono più di 5 fermate per iniziare a vedere i palazzi che costeggiano le rotaie farsi più eleganti. Le scritte sui muri passano da semplici graffiti a inni dedicati ai camerati caduti negli scontri di piazza: siamo arrivati al Nomentano-Salario.
Un quartiere molto borghese, molto bene e anche molto fascista. Qualche impiegato, di quelli in giacca e cravatta, inizia a salire. Circondato com’è da qualche rimasuglio di immigrati, si tiene serrato tra i polpacci la valigetta del lavoro con una tenacia che lascerebbe sospettare che quella borsa in realtà contiene i codici segreti per il lancio di testate nucleari.
Subito dopo si raggiunge il top dei quartieri romani: Parioli. Qui veder salire dei ragazzi è praticamente impossibile dato che sotto i 15 anni vengono scarrozzati ovunque da madri platinate, alla guida di inutili suv di marche comprese nello spettro che va dalla BMV alla Mercedes, mentre allo scoccare del sedicesimo anno di età, dato che il rolex lo hanno ricevuto a dodici anni e l’aifon al battesimo, si vedono possessori di quelle orrende macchinine biposto che in mano a loro diventano la riedizione più pericolosa di Cristin, la macchina infernale raccontata nel romanzo orror di Stiven Ching. Le sole a salire sul 19 sono quindi ottuagenarie dai capelli celestinati, sempre perfette nei loro cappotti d’astracan di inizio novecento che si dirigono ad un appuntamento con altre figlie del risorgimento per prendere un caffè e rievocare i fasti dell’unità d’Italia.
Il percorso termina a ridosso delle mura vaticane, il che implica che, a qualche fermata da queste, possano salire schiera di suore: animali gregari che si muovono in branchi come i lemuri e la cui esistenza sulla terra è più o meno utile quanto questa specie di marsupiali. Quindi, se siete turisti o curiosi mossi da un daruiniano spirito d’osservazione, fatevi un giro a bordo del 19, costa solo un euro e il tragitto dura quasi un’ora. E in questi tempi di ristrettezze economiche, è anche un’ottima alternativa al ben più costoso cinema, garantendovi, a mio avviso, un divertimento persino maggiore.

mercoledì 29 aprile 2009

MILANO-ROMA e il peccato di Ubris.

All’andata il viaggio in treno è stato davvero disastroso. L’incidente della prenotazione sbagliata e soprattutto il fatto che i pachidermi partoriscano in un tempo inferiore a quanto abbia impiegato io per raggiungere la bellissima Torino erano però compensati dal fatto che a ritorno, questa volta da Milano dove sarei passato a trovare amici e a prendere ettolitri di pioggia, avrei preso un treno Freccia Rossa. Solo quattro ore per passare dagli aperitivi a la pag della città della Ventura ai bucatini alla’amatriciana della Sora Lella.
So però che questa saetta su rotaie ne impiega addirittura tre e mezzo se si sceglie il treno che non fa fermate intermedie a Bologna e Firenze quindi decido di cambiare la mia prenotazione per ridurre ancora di più il tempo di viaggio.
Domenica notte, tornando da un famoso aperitivo danzante in un noto locale milanese (questa formula da rotocalco anni 60 mi piace troppo e dovevo adoperarlo prima o poi), chiedo al mio amico Dariush di cambiare immantinentemente la prenotazione. Lo chiedo a lui perché nel noto locale ho incontrato un mio carissimo amico, organizzatore della serata, che ha voluto darmi il benvenuto con un grosso abbraccio e 5 consumazioni e siccome io che ho fatto la guerra sono abituati a finire sempre quello che ho nel piatto e sul fondo del bicchiere, non oso immaginare ubriaco com’ero dove sarei potuto finire con il treno qualora avessi fatto io l’operazione di cambio via internet.
Sostituzione fatta! Il treno non fa fermate, neppure per piscare!
L’indomani salgo sul treno e, visto i precedenti, ricontrollo orario, data, posto, carrozza e transiti lunari almeno 12 volte. La prenotazione è confermata persino dal controllore e solo dopo quest’ulteriore garanzia mi apparecchio tirando fuori cuscini rivestiti in raso rosa, vassoio di pasticcini, infusi al tiglio e inizio a leggere mollemente “Il puro e l’impuro” di Colet.
A 20 minuti dalla partenza il treno si blocca in curva. Il che significa che è inclinato di 45°. E contemporaneamente iniziano a suonare campanelli dai trilli sinistri come quelli che si sentono nei film di fantascienza mentre una voce femminile, metallica ma suadente, annuncia la distruzione della navicella spaziale entro 30 secondi. Non mi allarma neppure il fatto che controllori e tecnici, evidentemente agitati, fanno su e giù lungo gli scompartimenti. E continuo a leggere e sbocconcellare i miei dolcetti. Il treno riparte e dall’altoparlante, annunciano che per cause tecniche il treno arriverà con 15 minuti di ritardo. “Recupererà”, penso illudendomi.
All’altezza di Bologna, sempre la stessa voce, avvisa che ora i minuti di ritardo sono 30. A questo punto, credendo nella teoria dell’ecalescion secondo la quale se uno inciampa su una radice d’albero, poi casca e alla fine muore, temo che il ritardo non si fermi alla mezzora. A Firenze i minuti sono infatti saliti a 40 e facendo dei calcoli fin troppo facili, persino per me, non solo il cambio di prenotazione non è servita a ad evitarmi quell’inutile mezzora di viaggio ma addirittura, rispetto ad essa, c’ho impiegato anche di più.
Ora questo episodio mi ha riportato alla mente il concetto di “Ubris” tanto cara alla letteratura greca. Per chi, fortunato lui, si è risparmiato lo studio di quella lingua che ha molto in comune con film tipo “Naitmer, i guerrieri del sonno” e “L’esorcista”, provo a dare una breve spiegazione. Per Ubris si intende all’incirca (sebbene non esattamente) il peccato di superbia nei confronti del Fato o gli dei. Ovvero, pecca di Ubris Aracne che ritiene di essere la tessitrice più abile della terra, persino più di Atena la quale però, dopo essere stata effettivamente sconfitta dalla mortale, per ripicca la trasforma in ragno. Anche i Malavoglia credono di poter affrancare il loro stato sociale ma poi, tragicamente, ricadono nella povertà più nera. Quindi per riportare tutto poi al mio caso: ma chi me lo ha fatto fare di cambiare prenotazione? Peccando di superbia, speravo di risparmiare del tempo e invece, ho portato un ritardo ancora maggiore. Detto ancora meglio con una delle leggi di Marfi (versione moderna dell’ancestrale Ubris): quando pensi di migliorare la tua vita, fai attenzione perchè potrebbe addirittura andare peggio!!

domenica 26 aprile 2009

ROMA-TORINO: IL TRENO DELLA PAURA.

Guardando “Carramba che sorpresa!” mi sono sempre chiesto che razza di famiglie snaturate potessero essere quelle che, sebbene a causa di migrazioni intercontinentali, per decenni non avessero trovato altro modo di rincontrarsi che attraverso una trasmissione tv. Grazie a questo viaggio per Torino ho finalmente capito come tutto questo sia ora a me non solo comprensibile ma anche condivisibile perché, lo dico senza reticenze, anche avessi un figlio affetto da gravi endicap ma abitasse a più di 4 ore di viaggio, piuttosto lo darei in adozione a Madonna o alla Giolì ma di sicuro non avrei la forza di affrontare spostamenti di questa durata o persino più lunghi.
Il tratto Roma-Torino è coperto da l’intersiti in comode 7 ore.
Lo so, avrei potuto prendere l’aereo ma ho fatto male i conti e pensavo inizialmente che il treno impiegasse meno, quindi liquidiamo così la questione dell’infausta scelta.
Salgo sul vagone. Cerco il posto. Controllo il biglietto. E’ quello vicino al finestrino ma è già occupato da una specie di femmina, credo pachistana o di quelle parti laggiù, che mi sorride. Io evito ogni accenno di risposta perché se c’è una cosa che mi urta è trovare il mio posto occupato. Anche fosse una poltrona realizzata con corde di ortiche intrecciate con rovi di spine, se la lo trovo occupata, mi urto (a meno che, come dal comma 43 del Codice dei Ricchioni, non ci si sia seduto un attore porno a caso della scuderia Bel Ami).
Se poi a rubarmelo è anche una femmina la cosa mi diventa insopportabile. Ma siccome io, insieme a la Marini, sono una delle persone più bune del mondo, la lascio stare li ad ascoltare il suo lettore mp3 carico di quella musica che sa di Slamdog milioner.
Mi guardo intorno, non solo non ci sono boni ma non ci sono proprio maschi. Solo donne. Non so come fossero le stanze della tortura nelle viscere dei castelli medioevali, ma è il primo posto che mi viene in mente nel vedermi attorniato da portatrici sane di vulva.

Se prendi la freccia rossa, la voce che annuncia le fermate, per altro pochissime, è quella soave di una ragazza appena diplomata all’accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Siccome invece siamo su un intersiti, anche la voce è adeguato al mezzo e al prezzo quindi le stazioni vengono gridate in una lingua che, di sicuro è neolatina, ma che di certo con l’italiano ha ben poco in comune. La sola cosa che intuisco sono i nomi delle città. Che poi: magari fossero città. Vengono elencati paesi esclusi dalle mappe geografiche ormai da secoli.
Dopo la dodicesima fermata preannunciata, mi copro le orecchie per non sentire quante saranno in tutto. In pratica più che un treno, sembra una metropolitana.
Nonostante le orecchie tappate non è però possibile evitare di ascoltare una conversazione telefonica di una donna che, rispettosa della quiete del vagone, adopera un tono di voce con il quale sarebbe in grado di farsi sentire da Messina a Reggio Calabria, durante una tempesta di mare senza utilizzo di apparecchi tecnologici.
A quel punto tiro fuori il mio nuovo mec, lo adagio sul tavolinetto. Attacco la chiavetta che per fortuna funziona, infilo le cuffie con una compilescion di musica che non sappia di cherri e cumino, come quella della ladra di posti che mi siede accanto, e sono pronto a partire. Nell’insieme sembra la plancia dell’Enterprais ed io il tenente Ura.
A Civitavecchia me ne sto tutto bello a ciattare sui soliti forum di filologia bizzantina quando irrompe nello scompartimento la famiglia Cesaroni composti da:
numero 2 di padri con taglie a caso tra la 50 e la 54, uno dei due ha l’aggravante di un codino;
numero 2 di mogli, anche loro in evidente assuefazione da carbonara (anche se una sta provando a smettere dato che le vedo un cerotto alla pancetta tesa, tipico di quanti cercano, grazie al rilascio graduare dei principi attivi del tipico piatto romanesco, di uscire dalla dipendenza);
numero imprecisato di figli, di quelli educati secondo i dettami pedagogici del “fate come cazzo ve pare”.
Una delle femmine del branco viene verso me e Patma e mi fa: “scusa ma questo posto è nostro”.
Mmhhh, oddio io non li tollero quelli che non controllano il loro biglietto. Le mostro quindi il mio e come in una partita di scopa, lei tira fuori il suo.
In effetti carrozza e posto sono gli stessi.
A questo punto la cosa si fa sospetta.
“Aspettiamo il controllore, ci sarà sicuramente un errore”, mi permetto di dire anche con una certa spavalderia.
La signora sorride con aria di sfida e intanto carica sul portapacchi una valigia così grande che sospetto abbia infilato dentro un altro paio di figli per non dover pagare anche i loro biglietti.
Per scrupolo ricontrollo la prenotazione quando sulla mia testa si disegna una goccia gigante di sudore come nei manga giapponesi. Leggo meglio la data: 23 aprile. Oggi che giorno è? Controllo il cellulare: dice 24. Non può essere! Controllo lo schermo del compiuter: anche questo conferma il 24 aprile. Provo un misto di imbarazzo e vergogna ma non voglio darlo a vedere. Sono io quello che ha il biglietto sbagliato!!
Scatto in piedi come mi avessero punto il culo con un forcone.
“Vado a risolvere la cosa con il capotreno, torno subito”, la mia espressione ora è tutt’altro che tronfia.
Mentre esco dallo scompartimento già mi vedo scaraventato giù dal treno in corsa con la mia borsa mentre il controllore mi grida “volevi farci fessi, brutto pezzente!?”, sostenuto dalle risate della signora Cesaroni.
Inizio a cercare il controllore per costituirmi. Faccio il treno per intero sue e giù 2 volte prima di incontrarlo.
Per fortuna incontro il capotreno più buono della storia che credo sopraffatto da un senso di pietà nei confronti di uno sfollato con in braccio un compiuter, sulle spalle 2 borse e madido di sudore per essersi fatto lungo gli scompartimenti l’equivalente a piedi del tragitto fino a Bologna pur di trovarlo, non solo non mi fa ripagare il biglietto ma mi suggerisce di andare avanti nelle prime carrozze dove troverò posto. Lo ringrazio ma io che ho poteri di lettura della mente, mentre mi trascino verso lo scompartimento promesso, avverto il suono dei suoi pensieri che scandiscono la frase: “ma che coglione”.

giovedì 23 aprile 2009

SABATO POMERIGGIO TUTTI A TORINO!!


Accorrete, accorrete a Torino! Da Nizza, Milano, canton Ticino e i più ardimentosi persino da Parigi (tanto ci vuole poco). In occasione del Festival del cinema GLBT di Torino, sabato pomeriggio alle 16 presso la Feltrinelli, piazza CLN 251, presento il mio libro (per quei 4 che ancora non lo sanno: sì, ho pubblicato un libro) .
A presentarlo ci sarà Luca Bianchini. Dovrebbe essere divertente e poi con un'ora ve la cavate e fate una buona azione.
Saluti a tutti i sabaudi purosangue e gli immigrati fino alla quarta generazione!!
INSY/ALE

mercoledì 22 aprile 2009

PARLAMENTARI DA RIBALTA



A settembre conosco questo ragazzo bellissimo e davvero molto simpatico. Francese. Sì, simpatico e francese so che può sembrare una contraddizione visto che i figli di Marianna hanno spesso quell’atteggiamento di chi ha già visto tutto, fatto tutto e sono convinti che senza la loro presenza sulla terra noi andremmo ancora in giro vestiti di pellicce di mammut, comunicando tra di noi con dei grugniti. Insomma ci stavamo tanto divertendo insieme passeggiando per una Roma assolata e piena di turisti quando mi chiede: “Ma Berlusconi ci fa o ci è?” (libero adattamento dalla traduzione).
La puntina graffia il disco che stava suonando Vacanze Romane, il sole si oscura e l‘angelo che svetta su Castel Sant’Angelo mi guarda sogghignando come a dire “e mo’ che gli rispondi?”.
Avrei potuto cercare di depistare il discorso facendogli notare come gli stormi volanti in cielo disegnassero figure assai bizzarre o, piuttosto, tirare fuori la solita questione dell’assenza del bidè in Francia ma come dar torto a tanto sgomento quando, come oggi, apri il giornale e leggi notizie come quella del reclutamento fatto da Berlusconi per le prossime europee? Le selezioni sono state fatte presso Il Bagaglino e oltre a Berlusconi e Frattini era presente anche Pingitore che ha chiesto loro anche un prova in costume da bagno perché, dice, visto mai spostano il parlamento europeo in Costa Smeralda?
Ovviamente le selezionate sono tutte donne (a riprova che Berlusconi è schierato per le pari opportunità e crede che oltre a le donne belle ci debba essere posto in politica anche per le strappone). Tutte con un trascorso disastroso nel mondo dello spettacolo ma con una capacità di riciclo che supera di misura quella dell’alluminio.
Tra le selezionate: Eleonora Gaggioli che ha recitato nella terza edizione della fiction Elisa di Rivombrosa, Camilla Ferranti (Incantesimo, decima edizione), Angela Sozio, la rossa partecipante alla terza edizione del Grande Fratello. E Barbara Matera, nel 2000 giovane concorrente dell'edizione pugliese di Miss Italia, poi annunciatrice per RaiUno dal 2003 al 2007 e attrice in alcune fiction. E già mi immagino l’espressione della Merchel quando per curiosità, vedendole, chiederà di dare una scorsa al loro curriculum e riceverà invece un composit con dvd dei loro trenini a Buona Domenica.
Ora non è che io voglia fare la parte di colui che si straccia le vesti per il fatto che Berlusconi confonda l’ingresso di giovani leve in politica con Miss Muretto d’Alassio nè però cadrò nella trappola del possibilismo di quanti dicono “beh, magari sono brave”. Se io prendo un aereo e scopro che a guidarlo c’è Walter Nudo non mi rassicuro dicendo: “beh, ma tanto basta la buona volontà per pilotare un 747”.
Purtroppo ci siamo abituati in questi ultimi anni a pensare che tutti possano fare tutto, che l’esperienza sia un percorso trascurabile e che se sai montare un tavolino di Ichea puoi anche svolgere il lavoro da parlamentare. Si è andata gonfiando sempre più la presunzione di chi grida “anche io posso farlo!” senza la minima ombra di decenza (chiamatela se volete: modestia) che invece dovrebbe portarci ad avere coscienza di noi e dei nostri limiti. Il caso Carfagna ne è un esempio: mediocre subret, pessimo ministro. Per molti, a fronte di un’offerta, è impensabile rispondere: “grazie ma non credo di essere in grado di svolgere questo incarico”. Per noi italiani arraffoni e presuntosi, tutto è fattibile, esperti come siamo nell’arte di arrangiarsi.
Come se di politici già incapaci, nonostante decenni di parlamento alle spalle, non ce ne fossero a sufficienza, adesso il nuovo corso sembra quello di ingrossare le file dell’incompetenza con nuovi e più inadatti.
Che la politica di Berlusconi sia una politica da luci della ribalta è cosa risaputa è il fatto che questa ci faccia più sghignazzare che sdegnare è un’evidenza assai amara.
Data quindi la natura sempre più televisiva e scanzonata della cosa pubblica e visto anche il calo d’ascolti dell’ultima edizione di Miss Italia sono certo che Del Noce sarà più che lieto di sostituire il programma con l’elezione delle nuove aspiranti parlamentari che, grazie alla formula “per te miss parlamento continua!” potranno vedere la loro carriera assurgere se non agli onori della storia, almeno a quelli delle pagine di “Diva e Donna”.