Guardando “Carramba che sorpresa!” mi sono sempre chiesto che razza di famiglie snaturate potessero essere quelle che, sebbene a causa di migrazioni intercontinentali, per decenni non avessero trovato altro modo di rincontrarsi che attraverso una trasmissione tv. Grazie a questo viaggio per Torino ho finalmente capito come tutto questo sia ora a me non solo comprensibile ma anche condivisibile perché, lo dico senza reticenze, anche avessi un figlio affetto da gravi endicap ma abitasse a più di 4 ore di viaggio, piuttosto lo darei in adozione a Madonna o alla Giolì ma di sicuro non avrei la forza di affrontare spostamenti di questa durata o persino più lunghi.
Il tratto Roma-Torino è coperto da l’intersiti in comode 7 ore.
Lo so, avrei potuto prendere l’aereo ma ho fatto male i conti e pensavo inizialmente che il treno impiegasse meno, quindi liquidiamo così la questione dell’infausta scelta.
Salgo sul vagone. Cerco il posto. Controllo il biglietto. E’ quello vicino al finestrino ma è già occupato da una specie di femmina, credo pachistana o di quelle parti laggiù, che mi sorride. Io evito ogni accenno di risposta perché se c’è una cosa che mi urta è trovare il mio posto occupato. Anche fosse una poltrona realizzata con corde di ortiche intrecciate con rovi di spine, se la lo trovo occupata, mi urto (a meno che, come dal comma 43 del Codice dei Ricchioni, non ci si sia seduto un attore porno a caso della scuderia Bel Ami).
Se poi a rubarmelo è anche una femmina la cosa mi diventa insopportabile. Ma siccome io, insieme a la Marini, sono una delle persone più bune del mondo, la lascio stare li ad ascoltare il suo lettore mp3 carico di quella musica che sa di Slamdog milioner.
Mi guardo intorno, non solo non ci sono boni ma non ci sono proprio maschi. Solo donne. Non so come fossero le stanze della tortura nelle viscere dei castelli medioevali, ma è il primo posto che mi viene in mente nel vedermi attorniato da portatrici sane di vulva.
Se prendi la freccia rossa, la voce che annuncia le fermate, per altro pochissime, è quella soave di una ragazza appena diplomata all’accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Siccome invece siamo su un intersiti, anche la voce è adeguato al mezzo e al prezzo quindi le stazioni vengono gridate in una lingua che, di sicuro è neolatina, ma che di certo con l’italiano ha ben poco in comune. La sola cosa che intuisco sono i nomi delle città. Che poi: magari fossero città. Vengono elencati paesi esclusi dalle mappe geografiche ormai da secoli.
Dopo la dodicesima fermata preannunciata, mi copro le orecchie per non sentire quante saranno in tutto. In pratica più che un treno, sembra una metropolitana.
Nonostante le orecchie tappate non è però possibile evitare di ascoltare una conversazione telefonica di una donna che, rispettosa della quiete del vagone, adopera un tono di voce con il quale sarebbe in grado di farsi sentire da Messina a Reggio Calabria, durante una tempesta di mare senza utilizzo di apparecchi tecnologici.
A quel punto tiro fuori il mio nuovo mec, lo adagio sul tavolinetto. Attacco la chiavetta che per fortuna funziona, infilo le cuffie con una compilescion di musica che non sappia di cherri e cumino, come quella della ladra di posti che mi siede accanto, e sono pronto a partire. Nell’insieme sembra la plancia dell’Enterprais ed io il tenente Ura.
A Civitavecchia me ne sto tutto bello a ciattare sui soliti forum di filologia bizzantina quando irrompe nello scompartimento la famiglia Cesaroni composti da:
numero 2 di padri con taglie a caso tra la 50 e la 54, uno dei due ha l’aggravante di un codino;
numero 2 di mogli, anche loro in evidente assuefazione da carbonara (anche se una sta provando a smettere dato che le vedo un cerotto alla pancetta tesa, tipico di quanti cercano, grazie al rilascio graduare dei principi attivi del tipico piatto romanesco, di uscire dalla dipendenza);
numero imprecisato di figli, di quelli educati secondo i dettami pedagogici del “fate come cazzo ve pare”.
Una delle femmine del branco viene verso me e Patma e mi fa: “scusa ma questo posto è nostro”.
Mmhhh, oddio io non li tollero quelli che non controllano il loro biglietto. Le mostro quindi il mio e come in una partita di scopa, lei tira fuori il suo.
In effetti carrozza e posto sono gli stessi.
A questo punto la cosa si fa sospetta.
“Aspettiamo il controllore, ci sarà sicuramente un errore”, mi permetto di dire anche con una certa spavalderia.
La signora sorride con aria di sfida e intanto carica sul portapacchi una valigia così grande che sospetto abbia infilato dentro un altro paio di figli per non dover pagare anche i loro biglietti.
Per scrupolo ricontrollo la prenotazione quando sulla mia testa si disegna una goccia gigante di sudore come nei manga giapponesi. Leggo meglio la data: 23 aprile. Oggi che giorno è? Controllo il cellulare: dice 24. Non può essere! Controllo lo schermo del compiuter: anche questo conferma il 24 aprile. Provo un misto di imbarazzo e vergogna ma non voglio darlo a vedere. Sono io quello che ha il biglietto sbagliato!!
Scatto in piedi come mi avessero punto il culo con un forcone.
“Vado a risolvere la cosa con il capotreno, torno subito”, la mia espressione ora è tutt’altro che tronfia.
Mentre esco dallo scompartimento già mi vedo scaraventato giù dal treno in corsa con la mia borsa mentre il controllore mi grida “volevi farci fessi, brutto pezzente!?”, sostenuto dalle risate della signora Cesaroni.
Inizio a cercare il controllore per costituirmi. Faccio il treno per intero sue e giù 2 volte prima di incontrarlo.
Per fortuna incontro il capotreno più buono della storia che credo sopraffatto da un senso di pietà nei confronti di uno sfollato con in braccio un compiuter, sulle spalle 2 borse e madido di sudore per essersi fatto lungo gli scompartimenti l’equivalente a piedi del tragitto fino a Bologna pur di trovarlo, non solo non mi fa ripagare il biglietto ma mi suggerisce di andare avanti nelle prime carrozze dove troverò posto. Lo ringrazio ma io che ho poteri di lettura della mente, mentre mi trascino verso lo scompartimento promesso, avverto il suono dei suoi pensieri che scandiscono la frase: “ma che coglione”.