Qualche tempo fa ho letto uno i quegli articoli pseudoscentifici, riempitivi di rotocalchi, attendibili come i numeri da giocare al Lotto dati in televisione da Mamma Orsola. Questo affermava che da coppie belle nascono più femmine che maschi. il motivo? La femmina attraente per eredità genetica richiama più maschi e, in un'ottica evoluzionistica, assicura maggiormente la sopravvivenza della specie. Basterebbe fare un giro sulle passerelle e i red carper di mezzo mondo per vedere quanta voglia abbiano di fare i figli le veneri-vip per le quali la gravidanza è poco meno che un morbo canceroso e deturpante per la loro linea (la Kidman ha fatto figliare un'altra donna al posto suo pur di non perdere la taglia -1) per capire che se così fosse il mondo sarebbe popolato solo dagli Urukai del Signore degli anelli.
A riprova della infondatezza della teoria stavo vendendo le foto di Cher accanto alla madre.
Ora, dire che Cher si mantenga bene è un dato di fatto, che poi lo faccia barando un po' è altrettanto risaputo ma alla fine è il risultato quello che conta e non stiamo certo a un esame di stato.
A questo punto però della catena evolutiva però accade l'inatteso:
Chastity Bono, ora riconvertito a Chaz.
Insomma un'anomalia genetica che farebbe passare il sonno a Darwin più delle code di pavone per le quali non si dava una spiegazione.
Il punto quindi adesso è questo: dobbiamo dare la colpa alla buon anima di Sonny Bono (in effetti non certo un adone) per aver rotto la catena eugenetica o più semplicemente sarebbe il caso che gli scienziati si spicciassero a cercare la cura dell'AIDS o anche solo della cuperose dermica?
giovedì 21 giugno 2012
mercoledì 20 giugno 2012
PRIDE: VOGLIAMO TUTTO (?)
Sabato pomeriggio a Roma si svolgerà il corteo del Gay Pride. Ho scelto la parola "corteo" invece che "sfilata" perché ha un suono vagamente più impegnato che contrasta l'idea che hanno molti, omo o etero cambia poco, i quali, con superficialità, bollano la manifestazione come una semplice carnevalata da sambodromo carioca. Senza assumere i toni apocalittici da vegliardo della cripta devo però ammettere con amarezza che c'è ben poco, anche quest'anno, da celebrare. Semmai molte cose sono invece ancora da rivendicare sebbene in questo gioco chi dovrebbe lanciare la sfida (in primis le associazioni ma poi tutti noi) e chi dovrebbe riceverla (le istituzioni) sembrano asfittici da un lato e distratti dall'altro.
Ad ogni modo, trovo formidabile lo slogan di
quest'anno: "Vogliamo tutto". E sarebbe ora di smettere di
accontentarci, di mediare, di presentarci ai nostri referenti col cappello in
mano come se quel che ci spetta non fossero diritti ma pietose concessione.
Che
sia questa l'occasione giusta da cui ripartire lungo la strada della parità?
Voi come la pensate?
martedì 19 giugno 2012
Cercasi Kunta Kinte.
È probabile
che a forza di vendere mutande uno poi sviluppi la faccia come il sedere ma
stamattina leggere affisso in vetrina l’offerta di un posto da stagista in un
negozio di intimo m’ha suscitato uno stati di estraniazione.
Da qui mi sono chiesto: quanti punti si possano ottenere a
seguito di uno stage qualificato da un vendimutande nei concorsi pubblici? Ad
ogni modo mi pare che i proprietari del negozio abbiano recepito l'invito della
ministro Fornero a non usare lo stato di stagista solo per avere manodopera sottopagata
se non a costi zero. A questo punto più dignitoso e onesto scrivere: “cercasi
schiavo”.
lunedì 18 giugno 2012
QUEL CHE MI RIPORTO DA NEW YORK
Sono appena tornato da New York e ho vissuto le ultime 48 ore come un bruco: dormendo
ininterrottamente e facendo solo brevi e caloriche pause cibo. Ho sempre
trovato questa storia del jet lag una boiata da provinciali: per 3 giorni a
Londra alcuni accusando stati di disorientamento come se fossero
atterrati da una missione pluriennale sulla MIR ma devo ammettere che stavolta
il fuso (con l’aggravante della stanchezza e l’età) ha creato le condizioni
ideali per precipitarmi in uno stato comatoide dal quale mi sto riprendendo con
tanta con fatica.
Prima però di sprofondare
nella cripta, venerdì pomeriggio, con l’ultima stilla di forze, ho disfatto la valigia, ho separato
i panni puliti da quelli sporchi, ho sistemato le scarpe, ripiegato le sacche, ammucchiato
i regalini per amici e parenti e alla fine ho svuotato la borsa di pelle che in
viaggio porto sempre con me (detesto usarla perché mi sembra una cosa da donne
che devono portarsi casa appresso, io sono un tipo da tasche ma in
viaggio, tra guide, macchine fotografiche e bottigliette d’acqua diventa una
necessità). Portarsene una appresso
durante un viaggio è come trascinare un rastrello. Mentre la svuoto ritrovo
scontrini di ristoranti, astucci vuoti di gomme, biglietti di metro e teatro,
una vecchia copia di Time Out e tutte queste cianfrusaglie, anche le più
insignificanti, hanno però la balsamica proprietà mnemonica di una
madeleine.
Mi capita così tra le mani
anche una rivista spiegazzata che non ricordavo neppure di aver preso. Poche pagine spillate in carta riciclata e dai colori
sono un po’ fuori registro. L’ho presa in un negozio di giocattoli a Brooklin
mentre cercavo un regalo per il figlio di miei amici. All’ingresso ce n’era una pila. In copertina
il ritratto sorridente di una coppia lesbica con i loro bambini. Fa strano per
uno che come me viene da un paese che ha appena scoperto il fuoco leggere di gruppi
di auto aiuto per famiglie gay, di terapeuti per affrontare l’omogenitorialità
(del resto questo è il paese dove ogni problema ha una soluzione e un esperto che ti aiuta ad affrontarlo) e pubblicità di istituti dove figli di coppie etreo
e di coppie omo possono convivere trovando nella diversità un valore da
condividere più che un mostro da combattere.
Sfogliarlo è come leggere
Voyager, la rivista dei misteri: racconta di mondi di cui hai sentito parlare
ma che credevi fossero frutto di fantasia e alla fine scopri che questa realtà
esiste davvero e che non è scaturita di una dominazione aliena né tantomeno si è
estinta dopo l’eruzione di un vulcano ma è a 8 ore di volo da noi (senza scalo, ovviamente,
non come me che ne ho impiegate 14 mila).
Per le strade di Manhattan era tutto un passeggiare di coppie gay con i loro bambini (bastava riscontrare
le loro somiglianza somatiche per capire che non si trattava di babysitter o
pedofili) che, con buona pace dei Buttiglione e Bindi non erano in preda a
turbe psichiche, non avevano in nuce il germe della schizofrenia né erano in
nulla differenti dagli atri bambini accompagnati da genitori etero.
Insomma, si dice che il grado
di benessere di un paese sia dato dalla voglia di fare figli e dalla capacità di mettere i
propri abitanti nelle condizioni di averne. E qui è possibile. Nonostante abbia
un debole per gli Stati Uniti non voglio certo dire che sia la terra promessa e,
di fatto, cose del genere puoi vederle in più paesi che in quanti questo non sia possibile ma l’amarezza che provo è dovuta dal sentirmi purtroppo dalla parte
sbagliata del confine.
Ecco allora, più che
l’adolescenziale invasamento da shopping (ma tanto che ti devi comprare in
America che non trovi a Roma Est?), più che l’overdose da caffeina negli
Starbucks, le foto davanti all’Empire e i boni riversati per strada come tonni
scaricati sulla plancia di un peschereccio, è questa l’immagine bella che mi
riporto da questa vacanza e con questa una conferma: sapere che un altro modo di vivere è
possibile avendo così alla fine (lo so, magra consolazione) la conferma che non siamo certo “noi”
quelli sbagliati a questo mondo.
mercoledì 23 maggio 2012
SI PARTE. QUASI.
Qualche mese fa avevo una delle mie solite relazioni virtuali a distanza con uno mai visto di persona, che viveva a qualche nazione di distanza e con il quale non avevo alcuna intenzione di giungere a una conoscenza reale. In sostanza un rapporto sano.
Una sera, chattando mi dice: “Ti devo lasciare adesso che finisco di preparare la valigia”. Io, casco dalle nuvole: “Non mi avevi detto che stessi per partire dove vai?”.
“Sud Africa”.
“Fantastico, rispondo io”, anche se, mi prenderete per matto, ma non ho mai trovato nulla di fantastico nel Sud Africa: io la bellezza della natura la sopporto al massimo il tempo di un aperitivo in veranda. “A che ora hai il volo, magari ci sentiamo prima”, gli scrivo con quella parvenza di struggente romanticismo.
“Il 26 dicembre”, mi risponde mentre io interrogo con lo sguardo il calendario da tavolo e leggo che siamo ancora al 12.
Prima che gli faccia notare che mancano quasi 2 settimane, mi anticipa: “Sì mi piace preparare le cose con calma”. Una risposta che in un lampo mi dà la conferma che avere una relazione on line con me non è che uno dei tanti sintomi del suo squilibrio mentale.
Nella visione dualistica dell’umanità, io risiedo nella schiera di quelli che prepara la valigia al massimo la notte prima. Che accatasta e non piega, che pressa e non ottimizza gli spazi, che non fa liste, non spunta priorità, non verifica i documenti ma prende e va, facendo appena affidamento a un vago schema mentale e che per questo, lungo tutto il tragitto verso l’aeroporto, viene afflitto dalla disagevole sensazione di aver dimenticato qualcosa di fondamentale.
Tra una settimana si parte.
Questa volta vorrei avere un atteggiamento più razionale e maturo per cui passerò il fine settimana a selezionare le cose da portare per poi, nei giorni successivi, procedere all’eliminazione del superfluo, esattamente come si fa in un concorso di bellezza dove alla fine restano solo alcune meritevoli prescelte con molta accuratezza. Sì perché tanto di una giacca elegante che me dovrei fare? Non la uso qui non vedo perché dovrei indossarla mentre sono in vacanza.
Stessa cosa dicasi per le camicie: in vacanza, diciamocelo, sono poco pratiche e sebbene non stia partendo per un viaggio sul lago Vittoria con Avventure nel Mondo, trovo le magliette più comode e pratiche.
Scarpe, se non fossi afflitto dalla sindrome di Imelda, direi anche solo un paio, quelle che ho ai piedi ma per 2 settimane (e conoscendomi) è più realistico ne porti 3.
Per quanto riguarda i “devices” tecnologici ho deciso di ridurre al massimo. L’ultimo viaggio “importante” lo feci trascinandomi il mac, 2 macchinette fotografiche, una compatta e una reflex, 2 cellulari, 2 ipod e 3 cuffie (uno nano e uno da 40G, tante volte mi fossi dovuto trovare davanti al rischio di lasciare le mie orecchie libere di ascoltare i suoni del mondo reale per più di un minuto).
Insomma così bardato sembravo il signor Sulu sulla plancia dell’Enterprise preparato per una esplorazione senza ritorno ai confini del sistema solare. Ora invece porterò solo l’iphone, che bene o male integra tutto in un minimo spazio. Tanto anche se non becco il primissimo piano dell’occhio di un piccione in volo e se per un giorno non sento Britney giurarmi di essere una “slave for me” non muore nessuno.
Stavolta infatti la parola d’ordine sarà leggerezza. Almeno di bagagli, perché quella emotiva e interiore so già che non la otterrò altrettanto facilmente. Non basta infatti tirare una lista su un foglio di carta dei fardelli e le zavorre emotive, delle ansie e delle insicurezze che ostinatamente e nevroticamente lascio che mi opprimano per farmi decidere di lasciare nell’armadio o, addirittura, eliminarle del tutto.
Quindi le imbarcherò tutte con me ma se è vero che ogni viaggio porta con sé la speranza dell’inatteso e l’illusione della sorpresa, chissà che, almeno al ritorno, non sia tanto fortunato da dimenticarmene qualcuna laggiù.
giovedì 10 maggio 2012
Obama, L'Alabama e i matrimoni gay.
Il North Carolina qualche giorno fa ha ribadito che di matrimoni tra persone dello stesso non se ne parla proprio. In realtà a deciderlo sono stati i suoi abitanti con quella forma di democrazia diretta che è il referendum. Si dice che in una repubblica sia il popolo l’unico sovrano e che spetti a lui soltanto la decisione di ciò che è bene per se stesso. A questo punto il ruolo del legislatore dovrebbe limitarsi semplicemente a registrare le decisioni prese dai cittadini.
Esiste però qualcosa che è giusta nella sua essenza e che prescinderebbe anche l’avversione del 99% della popolazione terrestre i cui giudizi purtroppo sono, spesse volte, frutto di mera ignoranza.
Il matrimonio è uno di quei diritti appunto che non dovrebbero essere attribuiti all’individuo sulla base di una decisione popolare ma dovrebbe appartenere all’essere umano per la sua sola peculiarità di essere tale e, per questo, non dovrebbe rischiare di essere sindacato da parte dei suoi simili.
Se si fosse fatto scegliere ai cittadini dell’Alabama l’integrazione nelle università americane degli studenti di colore forse oggi ancora avrebbero bus distinti per bianchi e neri e avrebbero dovuto aspettare ancora chissà quanto prima che un afro-americano anche solo aspirare alla corsa presidenziale. L’evoluzione sociale e politica sono un processo poco lineare che non segue mai delle leggi stabilite. A volte gli stimoli arrivano dal popolo altre volte invece dai governanti.
Per questo motivo, all’indomani della sconfitta referendaria del diritto di matrimonio per gli omosessuali (l’ennesimo in uno stato della confederazione a fronte di, per ora, solo 6 che lo hanno invece introdotto costituzionalmente), il presidente degli Stati Uniti ha sentito il bisogno o, forse meglio, il dovere di schierarsi apertamente e definitivamente a favore del matrimonio gay.
Ora dietro a questa decisione potremmo trovare più di una motivazione politica ma questa è di fatto una questione politica e cosa ben più rilevante è che finalmente Obama abbia preso una posizione che non rischia interpretazioni di sorta. La sua dichiarazione diventa quindi un passo decisivo verso la risoluzione da parte del congresso federale di una lacuna gravissima che non può essere deferita al popolo, anche se sovrano, perché si tratta di fare una scelta dalla quale dipendono le vite di milioni di americani e il loro diritto costituzionale alla felicità.
mercoledì 9 maggio 2012
SOLO 10 MINUTI DEL TUO TEMPO
Chi non ci passa difficilmente comprende lo strazio che può dare il rifiuto di una famiglia e l'umiliazione che si prova nel vedersi negati dei diritti di semplice uguaglianza. Noi gay non vogliamo fare le vittime né vogliamo conquistare il mondo (come invece sostengono alcuni esponenti politici di destra) ma provate a pensare quanto la vita sia già dura, per tutti, e quanto sulla nostra gravi il carico ulteriore di "colpe" inesistenti da scontare. Guardate questo video e se siete d'accordo, fatelo girare. Non sempre, per fortuna, si arriva a casi tanto estremi, ma fosse anche solo per tutelare una sola coppia nel mondo, varrebbe comunque la pena di lottare.
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