domenica 12 luglio 2009

IN ATTESA













Fila per la cassa in un noto stabilimenti ghei del litorale laziale. Tempo stimato prima di riuscire ad ordinare qualcosa: imprecisato.
Ho un amico accanto. Non parliamo ma ascoltiamo.
Una signorina di quelle che però fino a un paio di anni fa aveva barba ispida come aculei di un riccio e la voce di tre ottave più bassa, risponde ad una chiamata.
“Si sono io”. Il mio amico ed io capiamo subito che non si tratta di una telefonata della madre e appizziamo le orecchie.
“Vicino Napoli?”. Intanto avanziamo di mezzo metro verso la meta.
“Ah, Latina, si conosco”, continua lei con un tono suadente e sicuro mentre si controlla lo smalto delle unghie della mano libera.
“Adesso non ti posso dire”, gli fa abbassando un po’ il tono della voce. Si è accorta che dietro di lei c’è una famiglia con un bambino di 10 anni e forse le punge imbarazzo.
La telefonata si conclude con una frase misteriosa, molto misteriosa: “tra mezz’ora”.
Poi ordina una macedonia.

lunedì 6 luglio 2009

PROBLEMI DI CASA. Nuovo episodio.

Oggi incontro il padrone di casa per pagargli l’affitto. Come al solito in contanti di piccolo taglio e avvolti in un foglio a quadretti A4 legato con un elastico. Anche l’ammontare sembra quello di un riscatto.
Ci siamo lasciati la puntata precedente con la sua richiesta di lasciare casa a fine luglio con 7 minuti di preavviso. Lo chiamo a metà giugno dicendogli che non se ne parla. E gli faccio presente che prima di ottobre non garantisco lo sgombro.
Oggi quindi paventavo la rissa dal momento che anche li continuava a ripetere “31 luglio” come il pappagallo di Portobello.
Salgo nel suo ufficio insieme a Miss Perù (ndr: il mio coinquilino immigrato), che dopo 2 giorni di mare sembra lo spirito redivivo di Tegicigalpa al netto della corona di piume di condor.
Come se non gli avessi detto nulla D. mi fa: “ho da fari una proposta”.
Dentro sento già salire un travaso di bile.
“ma se voi lasciate le vostre cose e mi liberate solo una stanza così intanto faccio dei rilevamenti e vi fate ospitare da un amico?”.
A me si rigirano gli occhi e inizio: “ancora con questa storia!! D., ma forse sono io che non riesco a farmi capire. Secondo te, io chiedo ad un amico di ospitarmi per uno o forse due mesi, e lascio tutto: televisione, scai, internet, e vestiti nel tuo appartamento? Ma ti pare ragionevole? E poi ma chi mi ospita per così tanto tempo?”. Mentalmente faccio una carrellata degli amici ai quali potrei chiedere una cosa del genere. Sono pochissimi e vivono tutti in scatole per fiammiferi.
“Dai con tutti gli amici che hai!”, insiste.
Ma come si permette? Ma che ne sa lui? E poi che rilevamenti deve fare? Cos’è un sito archeologico? Deve farci passare una linea dela metropolitana o cerca del metano? Penso a tutto questo mentre ormai le aorte carotidee si gonfiano pompando il doppio del flusso sanguineo solito.
Lui ceca di avere un atteggiamento conciliante che a me indispone anche di più. E si vede. “mi sembri un po’ agitato”, mi fa.
A quel punto sbotto.
“D. sono un po’ agitato perché ci stai dando lo sfratto senza il giusto preavviso. Sono agitato perché nel contempo sto anche cercando lavoro, perché già so che dovrò sborsare 4 mensilità tra caparre ed agenzia e non so da dove pelarmi. Sono un pelino agitato anche perché ho una vitiligine rosea di origine psicosomatica e manco posso prendere il sole, e siamo a luglio. In più ho un orecchio tappato da due giorni e devo stare qui a cercare di farti capire perché la tua è una richiesta assurda”.
“Beh, in effetti…”, dice abbassando le penne.
Nel frattempo entra un suo collega e gli chiede un codice riguardante il lavoro in nero. D. lavora in un ufficio sindacale. Se non fossi così incazzato, ci sarebbe quasi da ridere. Chiedono a lui informazioni sul nero quando per 10 anni s’è beccato un affitto pulito, senza contratto.

venerdì 3 luglio 2009

DA STEREO A MONO.


È dall’altro ieri che i suoni del mondo che mi circonda sono passati dalla modalità dolbi surraund a quella mono. Insomma mi si è tappato un orecchio. Diciamo piuttosto che sono completamente sordo dal destro. Solitamente prima di andare da uno specialista, anche se sto vomitando verde e inizio a parlare in aramaico antico, preferisco consultare un farmacista. Del resto è medico anche lui ma mi mette meno ansia.
Ieri vado dal mio preferito. Ho un conto aperto nella sua farmacia e come i proprietari dei negozi d’alimentari nei paesi, a fine spesa mi chiede: “che faccio, segno?”.
“Ho l’orecchio tappato. Che posso fare”. Sono certo che mi stia rispondendo perché vedo le sue labbra muoversi, ma trovandosi alla mia destra, non sento nulla. “Scusi?”, gli faccio.
“Ma non ci sente proprio!”, mi fa alzando il volume e scandendo come stesse parlando ad un ritardato.
Esco di lì con un olio che dovrebbe sciogliere questa pallina da tennis di cerume che mi si è conficcata nel timpano (so che cerume come caccole e catarro sono parole che fanno storcere il naso, ma di questo si tratta). In più, mi sono fatto sedurre da dei coni di cera da ardere nell’orecchio. Il farmacista mi ha detto che sono una mano santa per stapparlo e il rimando ai ceri votivi delle chiese conferisce al tutto anche un che di mistico e miracoloso.
Torno a casa tutto contento: non vedo l’ora di sperimentare questi rimedi frutto di migliaia di anni d’evoluzione medica.
Ovviamente non posso mettere in atto l’operazione senza rischiare di dar fuoco al palazzo. Chiedo aiuto a last dei, il mio coinquilino.
La posizione è a metà tra il ridicolo ed il grottesco. Ho la testa appoggiata di lato sul tavolo. Il cono piantato nell’orecchio, perpendicolarmente. Last sta per accendere il cono e mi sento come Maria Antonietta in attesa sulla ghigliottina che il boia liberi la fune che regge la lama.
“Accesa”, mi fa il mio amico. Non la vedo ma posso percepire il cado della fiamma.
“Last, non ti muovere. Resta qui e controlla: quando la fiamma arriva all’anello di sicurezza, devi spegnerlo”.
Ogni dieci secondi gli chiedo se la fiamma non sia già al limite di sicurezza.
“Nooooo, manca ancora un sacco. Anzi vado un attimo in bagno”.
Non mi da neppure il tempo di dissentire che mi lascia lì, con questo tronco di cera in fiamme che mi spunta dalla desta.
Rivolgo gli occhi alla finestra. Non ho tirato le tende quindi il mio dirimpettaio, un povero cristo costretto dalla moglie a fumare affacciato per non impuzzonire casa, si gode la scena. Ha la faccia stanca, una camicia sdrucita e una sigaretta che aspira annoiato. Tanto annoiato, anche davanti ad una scena che vista da fuori a me farebbe morir dal ridere. I nostri sguardi si incrociano ma non provo imbarazzo. Del resto mi ha visto tante sere in mutande, abbrutito sul divano, con il mac sulle gambe, illuminato sinistramente solo dallo schermo del monitor, senza contare le mie evoluzioni erotiche che si è dovuto sorbire durante i “ricevimenti” a palazzo.
Last non torna. Sono passati alcuni minuti e sento solo il calore farsi più intenso.
“Last”, lo chiamo prima con un tono normale. Alla quarta invocazione grido così forte che se non arriverà lui lo farà mia cugina da Chieti.
Si presenta con calma. “sì, la fiamma è arrivata al limite”.
Io, allarmato: “allora toglilo”.
“E come lo spengo?”, mi risponde.
A volte mi chiedo se davvero non abbia battuto la testa da piccolo.
“Non so, con un estintore”, faccio sarcastico ma allarmato.
“Mica ce l’abbiamo”, mi risponde fugando definitivamente i miei dubbi sui suoi traumi cranici.
“Corri a prendere un bicchiere d’acqua!!!”, gli grido quando ormai sono convinto che resterò sfigurato dalle fiamme.
Per un soffio scampo la sorte di Giordano Bruno e Giovanna d’Arco.
Sollevo la testa convinto di aver riacquistato finalmente l’udito.
Risultato: ci sento anche meno di prima.
Mi è rimato un secondo cono. Io sono imperterrito. Dall’otorino ci vado solo se mi cade l’orecchio a terra. Stasera ci riprovo.

giovedì 2 luglio 2009

INSY A POGGIBONSI


Domani 3 luglio alle 16,30 torno di nuovo a presentare il mio libro in un paese che ha un nome buffo quasi più del mio pseudonimo: Poggibonsi (in provincia di Siena, per chi come me non lo sapesse).
Accorrete. Presenterò insieme a Duchesne, anche lui bloggarolo, anche lui ha pubblicato la sua opera prima (Studio illegale), anche lui i primi di febbraio ma la cosa divertente sarà quando ci chiederanno come mai, nonostante tante analogie, lui ha pubblicato 30mila copie e io 15.

lunedì 29 giugno 2009

SCUSI, DOV'E' LA TUALET?






















L’altra sera vado a vedere “Uomini che odiano le donne”.
Il film dura più di una guerra di media entità tra repubbliche africane quindi l’ho visto a singhiozzi dal momento che sono dovuto andare al bagno almeno 5 volte un po’ perché mi ero appena bevuto un litro di coca cola e una macedonia gigante, un po’ perché vedere quei paesaggi innevati in cui è ambientata la storia mi ha stimolato ancora di più. Non ricordo se fosse durante la terza o quarta pisciata ma, mentre ero in piedi con la faccia la muro, mi metto a considerare quanto sia terribile non poterla fare quando ti scappa e al godimento che provo quando alla fine, per il rotto della cuffia, riesco ad evitare l’imbarazzo di inzupparmi i pantaloni.
Purtroppo questo è il mio unico vero limite fisico: devo fare la pipì spesso e ho la capacità di trattenerla pari a quella di una vecchia di 90 anni.
Qualche mese fa ho raccontato in un post di quella volta in cui, per cercare un bagno, mi sono perso a Granata e i miei amici, dopo ore, non vedendomi tornare, chiamarono la polizia. Ma che dire allora della volta in cui il raptus pisciatorio mi assalì durante una gara di nuoto?
“La piscina è fondamentale per lo sviluppo dei ragazzi”, all’epoca era questo il consiglio che andava più di moda tra i pediatri. “Tra un paio di anni potete portarcelo”. Questa seconda parte della raccomandazione però non fu minimamente presa in considerazione da mio padre che nel frattempo era corso via dallo studio medico con me in braccio per lanciarmi nella prima piscina che gli era capitata a tiro. Quindi a 3 anni sono già in vasca e ne uscirò solo a 15. Se si escludono un paio di anni di pausa, sono la cosa più vicina ad un pesce dopo Ariel, la sirenetta di Andesrsen.
Come tutti gli sport che mi sono stati imposti dai mio padre, e sono davvero tanti, l’ho sempre subito e praticato contro voglia. Oltre alla tortura settimanale degli allenamenti, si doveva aggiungere anche l’umiliazione mensile delle competizioni alle quali arrivavo immancabilmente ultimo o, come capitò una volta, secondo, solo perché doppiato dal vincitore dalla batteria successiva.
Avrò avuto otto anni. Una domenica come altre, in una gara come atre. Per una condivisa forma di masochismo, le competizioni per i più piccoli si devono sempre svolgere all’alba quindi alle 8 tutti i ragazzini che come me subivano la stessa tortura (più per il compiacimento dei genitori che per un loro reale spirito agonistico) sono ammassati accanto alle vasche. Da quel momento veniamo sigillati e nessuno può abbandonare la postazione. La pipì, se la dovevi fare, ci dovevi pensare prima. E io già a quell’ora avevo un vago stimolo.
Sugli spalti che coronano la vasca grande, sono assiepati tutti i parenti con le macchinette fotografiche per immortalare le glorie natatorie dei propri pargoli. Tra questi spicca mio padre che da 30 metri ha il fiato sufficiente per gridarmi consigli su come affrontare la gara e mi mostra come dare le bracciate. Lui, che al mare non si bagna mai oltre le ginocchia e lo stile libero crede sia una corrente letteraria.
Comunque alle 10 ancora non viene chiamata la mia batteria. Io sono lì con una cuffia di gomma calata sulla testa e che mi renderà calvo prima che arrivi a compiere 10 anni, avvolto in un accappatoio bianco e celeste.
La pressione della vescica inizia ad essere pungente.
“Posso andare in bagno?”, chiedo pietosamente al mio istruttore. “No, che adesso devi scendere in acqua”. Prima che quell’”adesso” diventi davvero “adesso”, si sono fatte le 12, 30. Finalmente fanno il mio nome. Mi spoglio e salgo sul blocco di partenza. In realtà a salirci è una figura umanoide tutta ritorta su se stessa come il fusto di un ulivo. Le gambe sono intrecciate per comprimere il mio pisellino ed evitare così di diventare la copia italiana del men che pis di Brucsel. La mia unica speranza è tuffarmi in acqua per liberarmi poi lì del fardello.
Siamo tutti allineati sui cubi numerati e attendiamo che il giudice dia il via. Io sono in preda alle convulsioni. Sudo e tremo. “Dai, soffia in quel cazzo di fischietto!!”.
Partenza!
Mi tuffo e appena mi immergo, inizio a pisciare. È tutta una gran confusione. Sto nuotando e facendo pipì allo stesso tempo. Sento il clamore dei parenti e su tutti la voce di mio padre che mi da il tempo come stesse sulla prua dell’imbarcazione degli Abbagnale. Mentre sono lì che agito braccia e gambe temo che dall’alto si possa però distinguere la scia giallastra che mi perdo dietro. Decido allora di sbattere ancora di più gli arti per far si che la spuma dissolva il più possibile l’orrido liquido. Mi agito così veementemente che sembro avere il motore di un torpediniere al posto delle gambe. E così, non mi rendo neppure conto che sto superando tutti i miei competitori e sono io il più incredulo quando tocco il traguardo per primo. Incredibile! Non era mai successo prima. Mio padre urla ancora più forte e solo perché ho 8 anni, nessuna commissione viene a prelevarmi il sangue per una conferma antidoping visto che credo di aver messo qualche cavolo di record.
Sono frastornato e troppo preoccupato che siano rimate tracce di pipì in vasca per godermi la gloria. Resto ancora qualche secondo attraccato al bordo della vasca. Esausto espello ormai serenamente ancora qualche goccia, poi esco dalla corsia con un espressione appagata e liberatoria che molti però confusero erroneamente per il compiacimento di una vittoria insperata.

giovedì 25 giugno 2009

SCHERZI ASSASSINI.

Forse è vero, siamo tutti dotati di senso dell’umorismo. Il problema però è che ognuno ha il suo e non sempre riusciamo a capirlo e riderci sopra. Tanto meno mia madre. Tanto meno quando si trattava degli scherzi che faceva da piccolo mio fratello (o almeno lui credeva fossero tali) e che lei, con un maggior senso del tragico, definiva: degli inconsapevoli tentativi di diventare prematuramente orfano.
A quattro anni mio fratello aveva iniziato ad accendere nei miei il sospetto che “L’esorcista” fosse in realtà un documentario più che un film e che, tutto sommato, anche la nostra famiglia poteva essere colpita da una sventura del genere. E forse la stavamo già vivendo perché a quell’età i bambini raccolgono margherite da regalare alle mamme, disegnano con i pastelli una casa con quattro stecchi sorridenti che poi ti spiegheranno essere io, mamma, papà e Insy, non se ne vanno di certo in giro ad aprire i bocchettoni antincendio dei cinema allagando la sala e costringendo il pubblico ad una fuga in stile Titanic.
Bello di mamma (l’epiteto con cui mamma soleva chiamare mio frate nella illusoria speranza di rabbonirlo) doveva essere afflitto da una noia mortale quando, a poco più di 3 anni escogitò l’ennesimo e, per mia madre quasi fatale, scherzo.
Mamma preferiva tenerlo a casa piuttosto che mandarlo al nido. Diceva che presto sarebbe andato all’asilo e che quindi da lì in poi avrebbe passato così tanti anni nelle scuole che le sembrava crudele spedircelo anzitempo (mentre io invece c’ero finito già all’età di 2 settimane, per di più, in un istituto di suore e non sono neppure mai stato chiamato “bello di mamma”).
Questo però comportava che durante le ore di veglia di mio fratello mia madre avesse un ritmo cardiaco costante di 150 pulsazioni al minuto e non tanto per le faccende domestiche in sé ma per la velocità con cui cercava di sbrigarle sorvegliando contemporaneamente che mio fratello non si arrampicasse sulla cima della libreria di mio nonno (passione già raccontata in un precedente post), ne che iniziasse a smontare le prese della corrente, seviziasse i suoi orsacchiotti o lanciasse a terra bicchieri, bomboniere di cristallo, cornici d’argento o tutto ciò che poi potesse irrimediabilmente rompersi o infrangersi.
Il terrore però più grande di mia madre erano le sedie e le finestre. Due elementi che sommati all'interesse di mio fratello per il fri claimbing e il bungi giamping la costringeva a controllare in una ronda senza sosta che le finestre fossero sempre ermeticamente serrate eliminando del tutto la presenza di sedie in casa, costringendoci così a pasteggiare a terra, su dei pleid colorati in un continuo stato di pic nic.
Il quei cinque minuti al giorno di pausa durante i quali doveva fumarsi una sigaretta, prendersi un caffè e fare pipì con la stessa rapidità dei un carcerato nella mezz’ora d’aria, delegava mio nonno di controllare mio fratello e, soprattutto di vigilare a che le finestre restassero chiuse.
Fu uscendo dal bagno con la cicca da una parte e la tazzina dall’altra che mia madre, quasi automaticamente ormai, chiese a mio nonno “dov’è Bello di mamma?”. Il volto del padre assunse subito l’espressione di terrore e smarrimento di chi sa già d’esser colpevole di una mancanza.
“Bello di mamma, Bello di mamma! Dove sei?”. La voce le si andava facendo sempre più preoccupata. E sì che non occorreva molto per trovare qualcuno in casa. Erano non più di 65 metri quadrati.
Davanti la porta della camera da letto si pietrificò come Sara alle pendici di Sodoma dopo aver osato voltarsi per guardare la città colpita dalla punizione di Dio. Non solo la finestra della camera era spalancata ma a ridosso, c’era uno sgabello sfuggito all’olocausto dei sedili. In quei pochissimi passi che la separavano dall’affaccio la sua mente fu inondata da un unico pensiero funesto che aveva sommerso quasi del tutto la sua capacità di razionalizzare tranne un’unica plausibile considerazione: “fosse caduto di sotto sentirei quantomeno le grida dei vicini” e questa tragica speranza fu la sola che le diede il coraggio di sporgersi dalla finestra. Bello di mamma non era diventato una mattonella del cortile! Grzie Signore! La tensione si svuotò in una frazione d’istante e con lei venne quasi meno persino mia madre che dovette reggersi alla balaustra. Ma allora: dov’era? Nello stesso istante in cui la mente di mia madre aveva iniziato ad elaborare ipotesi come il rapimento da parte degli ufo, Bello di mamma spalancò le ante dell’armadio in cui si era rinchiuso con lo stesso scatto di uno di quei claun a molla pressati in una scatola a carion. “Sorpresa!”. Il piccolino, ben consapevole delle fobie di mia madre, aveva elaborato una perfetta scena del crimine e aveva pensato che mettere su un finto suicidio avrebbe divertito moltissimo la nostra genitrice.
Al ritorno mio padre ci mise un po’ per riconoscere il figlio dietro quella maschera di lividi sul viso che lo rendevano più simile al Toro Scatenato di De Niro che al secondogenito e quando mia madre giustificò la ragione di quella scarica di botte, ci mancò poco che mio padre non completasse l’opera.

martedì 23 giugno 2009

TU DOVE VAI IN VACANZA?

















A meno che costretto in un polmone d’acciaio, problema per altro ora risolvibile grazie al nuovo sistema di spedizione pacchi ingombranti di Poste Italiane, se sei ghei, una vacanza a Miconos prima o poi nella tua vita te la devi fare.
La tappa è così fondamentale nell'esistenza di un ricchione da non essere più neppure vista come uno svago quanto piuttosto un pellegrinaggio.
Certo, non è proprio come recarsi sulle rive del Gange vestiti solo di stracci dopo aver affrontato settimane di stenti per raggiungere da ogni parte del subcontinente la fonte della purificazione. Infatti una settimana su quello scoglio sputato in mezzo all’Egeo ti costa quanto 2 mesi ne sud est asiatico servito e riverito da schiere di inservienti che per una manciata di bat in più sono disposti a chiamarti “mio signore supremo” e a sacrificare in tuo onore tutte le vergini del villaggio.
Non solo infatti tra tutte è l’isola più costosa della Grecia ma decidere poi di andarci a cavallo di ferragosto quando il sole ha un tariffario che corre più del tassametro di quei ladri dei nostri tassisti, può portarti sull’orlo del commisariamento della tua vita per bancarotta fraudolenta. Uno quindi si chiederà: ma chi mai allora decide di scegliere proprio quel periodo per le proprie vacanze? Ma i ghei, ovvio! Pare infatti che sul “Uol Strit Giurnal” abbiano individuato in questa categoria la sola in grado di sopravvivere all’inverno finanziario che stiamo attraversando. Mi sento di completare l’analisi dell’esimio giornale specificando che questo è possibile non per una particolare capacità del ghei di accumulare previdentemente del danaro per i momenti bui della vita quanto piuttosto per una leggerezza con cui è in grado di indebitarsi pur di non rinunciare a dei fondamentali come il contorno occhi al caviale de La Preri e, appunto, le vacanze in alta stagione a Miconos. E se davvero sei uno di quei rari casi di ghei poveri in canna, prima ancora che a battersi per il riconoscimento delle unioni civili, le associazioni omosex per il prossimo anno si sono impegnate a far si che la ASL renda questo viaggio mutuabile facendolo rientrare nella categoria dei salvavita.
Personalmente trovo insano riversarsi su Miconos in quel periodo. Non solo perché a metà agosto l’isola affonda di 12 centimetri nel mare per la quantità di turisti ma anche perché spendere tanti soldi per vedere le stesse identiche facce che vedi a Roma e Milano, lo trovo francamente un po’ avvilente. Quando poi ti capita di scorrere le foto della vacanza, la sola cosa che cambia è il fondale dato che i soggetti, anche quelli ritratti per caso, sono gli stessi che vedi a Capocotta o all’idroscalo. Senza poi contare anche la scarsa fantasia nella scelta delle lochescion. Invariabilmente questi album fotografici mostrano sempre gli stessi tre posti: “noi all’aperitivo sulla terrazza del hotel Elisium”, “noi la sera ubriachi al Pierros”, “noi sul bordo piscinetta per nani sul promontorietto della spiaggia di Elià” (nella doppia versione: spalle al mare e spalle al bono che si cerca di fotografare fingendo si stia facendo la foto al nostro amico).
Quando poi provi a chiedere in giro il perché di questa insana scelta vacanziera, solitamente le risposte passano da “ho solo le ferie ad agosto” a “è un posto meraviglioso, magico”. Ora, la storia che le ferie te le danno solo in quel periodo non regge perché la rotazione delle vacanze è ormai pratica diffusa anche nelle fabbriche di palloni nelle più sperdute province dello Ian Tsé e anche la bellezza del posto, cosa che non mi sogno minimamente di mettere in discussione, avrebbe senso se non venissimo da una paese che vede nei propri confini la costiera amalfitana, le montagne del trentino e le campagne toscane (tutte, anche se di poco, comunque meno costose di Miconos). La realtà è che il ghei è la versione griffata della iena: segue le mandrie di manzi in attesa di attaccare il branco al momento giusto e qualcuno, anche solo per stanchezza, a fine vacanza te lo fai. Dato che per una casualità storica negli anni si è eletta quest’isola a Mecca ghei, tutti vanno dove va la “carne”. Se per una fatalità un giorno venisse fuori che la nuova piantagione di c***i (sto tentando di disintossicarmene quindi il terapeuta mi ha consigliato di non scrivere più quella parola per esteso, ma avete capito a cosa mi riferisco) è al campo base a 8mila metri del K2, state certi, ci procureremmo tutti ramponi e maschere d’ossigeno e giustificheremmo la cosa dicendo che l’aria rarefatta che si respira da quelle altitudini è una mano santa per le nostre affezioni polmonari.