
È dall’altro ieri che i suoni del mondo che mi circonda sono passati dalla modalità dolbi surraund a quella mono. Insomma mi si è tappato un orecchio. Diciamo piuttosto che sono completamente sordo dal destro. Solitamente prima di andare da uno specialista, anche se sto vomitando verde e inizio a parlare in aramaico antico, preferisco consultare un farmacista. Del resto è medico anche lui ma mi mette meno ansia.
Ieri vado dal mio preferito. Ho un conto aperto nella sua farmacia e come i proprietari dei negozi d’alimentari nei paesi, a fine spesa mi chiede: “che faccio, segno?”.
“Ho l’orecchio tappato. Che posso fare”. Sono certo che mi stia rispondendo perché vedo le sue labbra muoversi, ma trovandosi alla mia destra, non sento nulla. “Scusi?”, gli faccio.
“Ma non ci sente proprio!”, mi fa alzando il volume e scandendo come stesse parlando ad un ritardato.
Esco di lì con un olio che dovrebbe sciogliere questa pallina da tennis di cerume che mi si è conficcata nel timpano (so che cerume come caccole e catarro sono parole che fanno storcere il naso, ma di questo si tratta). In più, mi sono fatto sedurre da dei coni di cera da ardere nell’orecchio. Il farmacista mi ha detto che sono una mano santa per stapparlo e il rimando ai ceri votivi delle chiese conferisce al tutto anche un che di mistico e miracoloso.
Torno a casa tutto contento: non vedo l’ora di sperimentare questi rimedi frutto di migliaia di anni d’evoluzione medica.
Ovviamente non posso mettere in atto l’operazione senza rischiare di dar fuoco al palazzo. Chiedo aiuto a last dei, il mio coinquilino.
La posizione è a metà tra il ridicolo ed il grottesco. Ho la testa appoggiata di lato sul tavolo. Il cono piantato nell’orecchio, perpendicolarmente. Last sta per accendere il cono e mi sento come Maria Antonietta in attesa sulla ghigliottina che il boia liberi la fune che regge la lama.
“Accesa”, mi fa il mio amico. Non la vedo ma posso percepire il cado della fiamma.
“Last, non ti muovere. Resta qui e controlla: quando la fiamma arriva all’anello di sicurezza, devi spegnerlo”.
Ogni dieci secondi gli chiedo se la fiamma non sia già al limite di sicurezza.
“Nooooo, manca ancora un sacco. Anzi vado un attimo in bagno”.
Non mi da neppure il tempo di dissentire che mi lascia lì, con questo tronco di cera in fiamme che mi spunta dalla desta.
Rivolgo gli occhi alla finestra. Non ho tirato le tende quindi il mio dirimpettaio, un povero cristo costretto dalla moglie a fumare affacciato per non impuzzonire casa, si gode la scena. Ha la faccia stanca, una camicia sdrucita e una sigaretta che aspira annoiato. Tanto annoiato, anche davanti ad una scena che vista da fuori a me farebbe morir dal ridere. I nostri sguardi si incrociano ma non provo imbarazzo. Del resto mi ha visto tante sere in mutande, abbrutito sul divano, con il mac sulle gambe, illuminato sinistramente solo dallo schermo del monitor, senza contare le mie evoluzioni erotiche che si è dovuto sorbire durante i “ricevimenti” a palazzo.
Last non torna. Sono passati alcuni minuti e sento solo il calore farsi più intenso.
“Last”, lo chiamo prima con un tono normale. Alla quarta invocazione grido così forte che se non arriverà lui lo farà mia cugina da Chieti.
Si presenta con calma. “sì, la fiamma è arrivata al limite”.
Io, allarmato: “allora toglilo”.
“E come lo spengo?”, mi risponde.
A volte mi chiedo se davvero non abbia battuto la testa da piccolo.
“Non so, con un estintore”, faccio sarcastico ma allarmato.
“Mica ce l’abbiamo”, mi risponde fugando definitivamente i miei dubbi sui suoi traumi cranici.
“Corri a prendere un bicchiere d’acqua!!!”, gli grido quando ormai sono convinto che resterò sfigurato dalle fiamme.
Per un soffio scampo la sorte di Giordano Bruno e Giovanna d’Arco.
Sollevo la testa convinto di aver riacquistato finalmente l’udito.
Risultato: ci sento anche meno di prima.
Mi è rimato un secondo cono. Io sono imperterrito. Dall’otorino ci vado solo se mi cade l’orecchio a terra. Stasera ci riprovo.