lunedì 29 ottobre 2007

ORSI E VASETTI DI MIELE


Un mio ormai ex amico del blog, lui dice fuorviato dalla foto sulla mia pagina, mi dice qualche giorno fa: "sai pensavo fossi un bear" (ndr: tra poco capirete cosa significa). Il caro ex amico di blog deve ringraziare iddio che, facendo sto maledetto scarico di carborati, sono così debole che mi fa fatica pure salire le scalette del mio letto a soppalco sennò lo corcavo di botte, con tutta la fatica per stare a dieta mi dici una cosa del genere?! E se mettevo al posto della bocca un fiore? Mi scambiava per un colibrì? Comunque premettendo che gli Orsi (animali ed umani) li adoro, ecco una mia impressione su questa categoria non ancora universalmente famosa. Chiedo scusa in anticipo se qualcuno può sentirsi toccato da questo post ma lo tranquillizzo subito dicendo che tanto, questa è la fine mia.
L'orso è un grande mammifero dell'ordine Carnivora, famiglia Ursidae. Tutti gli orsi hanno in comune la pelliccia densa, un buon senso dell'odorato e dell'udito. Gli orsi hanno un grande corpo.
L’Orso ghei invece è sì anche lui un grande mammifero ma è soprattutto una delle categorie di nicchia che descrive corpulenti omaccioni, irsuti con una propensione per gli abiti da boscaioli, le salopette e i pasti a base di panini al colesterolo fritto. Però, paese che vai orso che trovi.
Infatti nelle culture anglosassoni gli orsi sono meglio identificabili come delle montagne muscolose dai baffono alla Stalin con braccia grosse come pali della luce, ben piazzati e dallo sguardo che sembra dirti “se metto le mani nel tuo vasetto del miele sta sicuro che non ti siedi per una settimana”. Il che potrebbe solleticare la fantasia erotica di molti di noi. Ma come si arriva a casa nostra il concetto di orso si allarga, soprattutto di taglia.
Qui pare che l’usitudine, più che una filosofia di vita, sia una scelta di ripiego per chi ha abusato rigatoni alla carbonara e merende fatte di anfore di Nutella tra due pagnotte di pane casereccio. Più che altro gli orsi italiani sembrano aver reinterpretato la dieta a Zona facendosi tutti i ristoranti delle città zona per zona appunto.
Arrivati quindi al quintale e visto che il mondo ghei, con le sue fisse per la forma perfetta, non rientra più nelle loro misure si sono visti costretti a cambiare nicchia, tentando oltretutto di dare una giustificazione culturale alla situazione. Il fatto è che semplicemente, dopo decenni di diete a base di cotone imbevuto con la vodka, dopo otto scalate del K2 e dodici dell’Imalaia a forza di salire e scendere dallo step e aver circumnavigato la terra strappando il record a Magellano correndo sul tapi rulan si sono arenati.
Ma il mondo degli orsi non è solo un mondo fatto di strutto usato al posto della vasellina e di morie di bilance suicide lanciatesi dalla finestra al solo sguardo dei loro padroni. C’è innanzitutto un forte spirito di gruppo e come per molte altre categorie ghei, vivono tra loro, e sempre tra di loro spesso si accoppiano, mangiano (tanto) e vanno (quindi) in letargo.
Persino in spiaggia li vedi fare comunella passando il tempo tra stampini per creme caramelle usati come formine per la sabbia e gavettoni di crema pasticciera. Sì, infatti la loro caratteristica principale è un’estrema quanto contagiosa giovialità fedele al motto “panza piena, cuore allegro”.
E se le “palestrate” tirare fuori i loro tristissimi contenitori della tapperuei colmi di riso conditi con aria di mare gli orsi danno il loro meglio. Mi ricordano tanto le gite fuori porta della mia famiglia dove le mamme, le nonne e le zie a ora di pranzo aprivano il tavolino pieghevole in alluminio con sopra stampata la scacchiera per la dama e per il filetto, lo apparecchiavano e poi lo ricoprivano di teglie di lasagne, spaghetti alla chitarra, insalate di pollo, patate al forno e crostate alla crema che avevano richiesto tre giorni di preparazione e le truppe cammellate di Lorenz d’Arabia per trasportarle. Allo stesso modo, verso le13 scatta, anche per gli orsi scatta l’operazione “calorie sotto il sole”.
Dopo un pranzo dove la cosa più leggera contiene il fabbisogno energetico per un villaggio di 35 persone nell’Africa sub saariana e con un caldo, pure quello subsaariano è possibile possa esserci la remota possibilità di venir colti da un leggero torpore che può sfociare in casi di svenimento iperglicemico. Ma siccome l’orso è un animale la cui intelligenza è pari solo alla sua stazza, si buttano all’ombra non di un semplice ombrellono (viste le dimensioni cosa pretenderebbe mai di riparare, una caviglia?) ma di vere e proprie tendopoli realizzate con 4 ceppi di legno raccattati sulla spiaggia e una cordata di gran fular Bassetti sotto le quali si adagiano mollemente per schiacciare, anzi stritolare, un sonnellino.
E’ quando li vedi lì sdraiati, seminudi, uno accanto all’altro che ti aspetti spunti da un momento all’altro Alberto Angela per uno speciale di Super Quark dedicato agli spiaggiamenti dei leoni marini durante il periodo dell’accoppiamento.
Negli ultimi anni si stanno organizzando sempre più incontri e serate in discoteca, tra l’altro molto divertenti, dedicate esclusivamente agli orsi. Elemento caratteristico d queste serate: la pista da ballo semideserta. Provate voi a ballare il remix di Junior Vasquez con una cena da banchetto di nozze, sposi compresi, sullo stomaco?
Al limite ci si mette a bordo pista ciondolandosi con la musica in sottofondo con un bicchiere di milc scheic alla vaniglia in una mano e una pentola di polenta e spuntature di maiale nell’atra.
Una volta ricordo d’essere stato ad una serata ursina. Bel locale, ottima musica e pista ovviamente vuota.
Saliamo al piano superiore per vedere se la festa non fosse una fregatura. No. Al contrario era piena di orsi buttati sui divani in fase di digestione.
La scena che ci colpì di più non era tanto il fatto che la serata prevedesse anche la cena i cui resti sul tavolo ormai sembravano il plastico della città di Niu Orlean dopo il passaggio dell’uragano Katrina, ma il fatto che vedessimo questi omaccioni nerboruti nelle loro camice di flanella a scacchi fare il caraoke con le canzoni della Pausini. Insomma uno si aspetta degli spaccalegna canadesi capaci di abbattere una sequoia con un sol colpo d’ascia e si ritrova invece gli orsetti del cuore con gli occhi umidi cercare di andare in sincrono con i sottotitoli dei Strani Amori.

giovedì 25 ottobre 2007

ISOLA: GRAZIE SIMO, LA TERRA E' SALVA.


Spazio siderale a 4 milioni di anni luce dal pianeta Terra, sull’incrociatore da guerra galattico il comandante U’grzyu del pianeta U’cz assiste con sconcerto alla sesta puntata dell’Isola dei famosi quando il sottotenente U’plmd esclama: “Comandante, siamo sicuri di voler conquistare questo pianeta? Quella femmina umana vestita con quella tuta rossa di 3 taglie in meno credo stia parlando in codice, il nostro traduttore non riesce a decifrarne una parola, forse ha scoperto le nostre mire e sta organizzando un piano di difesa con quelli della sua razza”.
“Hai ragione”, risponde il Comandante U’grzyu, “Deve essere un umano dai poteri soprannaturali per riuscire ad andare ancora in onda dopo che Coco, Malgioglio e ora anche quello strano essere grasso come uno Z’qwe (ndr: un animale del pianeta U’cz dalle sembianze di una nutria ma che per fortuna non parla e non rompe gli zebedei come ACP) hanno abbandonato l’isola. Meglio non rischiare. Sottotenente di vascello U’mldm, rotta verso casa. Rinunciamo all’invasione”. L’astronave si allontana fino a diventare solo un puntino luminescente nel buio cosmico per poi sparire del tutto.
Ebbene sì, ACP, l’uomo diviso tra l’amore per la natura, quello per la tecnologia e quello per le fettuccine panna, funghi e piselli, saluta tutti e decide di tornare in Italia. Ma a fare che? una moglie non ce l’ha più visto che la povera figlia è scappata in Spagna in una zona non ben identificata nei paesi Baschi sotto protezione dell’ETA pur di non essere rintracciata, un fidanzato, a meno che non sia il presidente del “Triangolo silenzioso” (ndr: associazione ghei sordomuti), non ce l’ha, il suo canale “Marco Polo” ha lo stesso palinsesto del video che manda a nastro continuo l’inquadratura di un acquario con pesci tropicali (in alternativa: legna che arde a mo’di caminetto). Mi spieghi che torni a fare? Glielo chiede pure quella povera direttrice di Gente (rivista che compri solo per portarla alla vecchia zia malata quando vai a trovarli in ospedale) che sgama il fatto che ACP se torna è perché “c’ha gli impicci suoi” sostenuta pure da Massimo Giletti, strappato dalle prove del nuovo spettacolo delle sorelle bandiera tant’è che ha ancora indosso una parrucca rossa e ricciolura (è stato invitato all’ultimo momento per sostituire la Maglie rimasta incastrata nella galleria del gran sambernardo di ritorno dalla Svizzera dove aveva una gara di mangiatori di cioccolata. Si prevedono code in ingresso almeno fino a domani mattina).
La Ventura è disperata: Radiorai con il programma culto “avviso ai naviganti” è sempre più vicino.
Simo mi fa talmente pena che mi verrebbe voglia di chiamare la Rai e dire che c’è un a bomba nel reggiseno della Ventura, così sospendono la trasmissione e lei ha modo di inventarsi qualcosa per la prossima puntata.
Oggi va tutto storto, perché verso le 21, 30, mentre Claudio “Core de Roma” è in pieno delirio volgar-dialettale, telefona in diretta Veltroni che denuncia 400.000 disdette di prenotazioni turistiche per Roma e minaccia: o cacciate quel burino che fa una pessima pubblicità alla città eterna o il prossimo anno la festa del cinema la faccio ad Anagni.
Caludio infatti è avvelenato con Viviana rea di aver rubato un lacceto per capelli, 23 ml di sciampo, un guscio di cocco e L’Urlo di Munch che usa come stuoia per dormire.
“Chi ha ordinato una bottiglia di Cristal?” Chiede arrivando un cameriere piuttosto carino che solo quando si spoglia e inizia a saltare su un cubo ballando sudato come uno dei “Cento celle naitmer” riconosco essere Coco.
La Ventura intravede un barlume di speranza per rialzare l’odienz e dopo avergli messo una banconota da 100 euro nel tanga lo fa sedere per intervistarlo. “Abbiamo tante cose da chiederti!” e sono talmente tante che ci sono 5 minuti di buco mentre cerca nella scaletta dove cazzo sono ‘ste domande. Poi finalmente esce fuori il domandone che tutti ci chiedevamo: “Cosa pensi della diversità? Della diversità dei sentimenti, intendo la diversità come concetto della cosa differente. E cosa hai trovato nella diversità dei tuoi compagni come Malgioglio?” (credo voglia affrontare il tema della diversità, ma è una mia intuizione).
Per fortuna si passa in fretta alla vincitrice morale dell’Isola: Manuelona Villa. Una che, con il tono di voce che si ritrova, sembra che ti ha mandato a fanculo pure se in realtà ti ha solo chiesto “come ti chiami?”.
Per passare il tempo durante la settimana di solitudine ha ammaestrato un banco di squali e sta preparando un numero per l’acquario di Genova che debutterà alla fine del programma. La mamma di Manuela, Noemi, ha preso in custodia il bel rosso lava del Vesuvio che caratterizzava la cantante e, per essere certa che nessuno lo rubi, se l’è spalmata sui suoi capelli in oltre, è la sola a parlare peggio della Ventura e questo è già qualcosa.
Di madre in madre si passa a quella di Debora Caprioglio: “Io ho due figlie e Debora è quella sensibile”, signora mia, ma allora Eva Enger all’anagrafe fa Caprioglio?
La prova ricompensa per Canonico è il gioco più difficile che abbia mai visto. La sola cosa che capisco è che ci sono tre ciambelle e tre bastoni in cui infilarli. Una cosa da assunzione immediata come docente al MIT (non il movimento italiano transessuali ma il massaciusset institut of tecnologi) che visto il concorrente mi sembra la cosa più crudele mai vista dopo la mattanza dei piccoli di foca. Roba che piuttosto mangio ciambelle acqua e sabbia e per dissetarmi bevo l’ossigeno a 90 volumi di Viviana. Ad aiutarlo nella risoluzione del gioco arriva anche Claudio il carpentiere. Simo decide di dargli tutto il tempo necessario alla risoluzione del rompicapo, quindi la Rai ha il palinsesto riempito fino al concerto del primo gennaio in diretta da Vienna.
Siamo all’eliminazione: esce Viviana. Domani Alvaro Vitali ha la convocazione a Cinecittà alle 8 del mattino per girare “Pierino e la poliziotta, II”.
Manuelona però inizia a dare segni di insofferenza sull’ultima spiaggia. La Ventura teme un altro ritiro e subito, come giocasse a risiko, inizia a schierare le truppe ai confini mandandogli all’attacco Coco che ormai parla come Frate Indovino: le parla di cuore, coraggio, temperanza e di periodi buoni per la semina. Pare però che riesce a convincerla perché meglio lì senza nessuno che tornare a cantare in tutte le dirette dall’aula Paolo VI ogni volta che il Papa invita quelli dell’Opus Dei per un pic-nic in Vaticano.
Ma attenzione, chi sostituirà Francesco Coco sull’isola dei famosi? Si sono fatti molti nomi incluso Bin Laden, la beccaccia di pezza dell’Albero Azzurro e Nicolas, il nano con il caschetto biondo della famiglia Bredford.
Alla fine colpo di genio autorale: in ballottaggio ci saranno una non famosa e un non famoso. La prima è una russa sconosciuta che faceva la modella a Milano (sarà che a me russa+modella+milano mi da un altro risultato ma non faccio illazioni). Dalle prime inquadrature si vede che è una ragazza semplice, acqua e sapone e vuole mostrare che la bellezza non è tutto ma c’è anche il cervello e insegnerà a tutti a fare coroncine di fiori e a parlare con le piante i mille piedi e gli elefanti. È una fica cosmica e Giletti, stizzito elegantemente dice che la russa la dovrebbe conoscere Coco visto che in Sardegna sbarcano russe a iosa (insomma un modo laterale per darle della ragazza allegra).
Finalmente rivedo il mio bel Sandrino, l’unico che a differenza di tutti i naufraghi che tornano in studio è più brutto che sull’isola, 2 occhiaia che sembrano la maschera di Zorro e un vestito che evidentemente era del nonno granatiere visto che ci nuota dentro.
Se dio vuole la puntata volge al termine ma non senza aver prima schierato in ballottaggio la Fusco VS “l’inutile come uno sbuccia ricci di castagne alle Maldive” Pol Belmondo.
Sui titoli di coda arriva il secondo nuovo naufrago: Ivan Cattaneo, tanto per dare il colpo di grazia all’immagine dei ghei “normale” (secondo me sono quelli di Forza Nuova che sponsorizzano la trasmissione, sono riusciti a mettere i tre ghei più insopportabili dell’universo, roba che pure io inizio ad odiarmi). Dopo Miusic Farm, ci riprova con un altro realiti, speriamo che il prossimo sia “Chi l’ha visto?” e ce ne sbarazziamo.
Battute della serata: Malgioglio allo sbarco di Ivan Cattaneo dice: “Dopo una regina una damigella ci sta bene”.
Da uomo di classe Cattaneo al motto della Ventura “guardatevi le spalle”, risponde. “si, mi guardo le spalle ma anche più giù”.

mercoledì 24 ottobre 2007

LO SCARICO DEI CARBOIDRATI E L'ISOLA DEI FAMOSI. COSA C'ENTRA? Introduzione alla quinta puntata anche se la leggete dopo.


Si chiama sperimentazione partecipativa e in antropologia sarebbe quando ti schiaffano due penne in testa ti cambiano il nome in “Luna di rugiada” e ti sbattono in una riserva indiana a masticare peiote e a ballare per far cadere due gocce di pioggia per poi scriverne un saggio universitario che nessuno leggerà mai.
Oggi Insy farà lo stesso con gli abitanti dell’isola.
Da 4 giorni sto facendo lo scarico dei carboidrati ovvero, per chi non fosse avvezzo alle torture del fitness o a quelle di Guantanamo, l’eliminazione di carboidrati e zuccheri dalla propria dieta quindi niente pane, pasta, riso, pane, patate, dolci, alcolici, vita.
La ricompensa? Se sopravvivi una settimana puoi avere un corpo più asciutto e snello. Controindicazioni? Dopo tre giorno potresti iniziare a sentire voci celestiali, annusare odore di fiori e potrebbe appalesarti: la Madonna, padre Pio, santa Rita o Budda (la pratica è interconfessionale) che ti rivelerebbero a scelta il quarto mistero di Fatima, l’assassino di Garlasco, chi ha detto alla Ventura che il rosso le sta bene o quali sono le nuove città della Sardegna che sono diventate provincia.
Per fronteggiare la fame nera sto bevendo coca lait dalle 7 del pomeriggio (visto che alle 6, 30 avevo già cenato: solo proteine e verdure che si sa, purtroppo non saziano) perciò, se verso le undici sentite tuoni fragorosi, non correte a ritirare i panni, sono solo io che rutto.
Stasera quindi non tollererò lamentele da parte dei naufraghi su condizioni inumane e fame lancinante perché lo sto sperimentando anche io e se ce la faccio io e milioni di bambini nel Biafra ce la possono fare anche loro anche se, a dirla tutta sono un paio di giorni che ho un istinto irrefrenabile a bruciare foto di amici, che sia un effetto collaterale?

MAMMA MI MENAVA MA PAPA'....


L’orario approssimativo d’ingresso in ufficio è alle 9 del mattino. Alle 9, 20 ero ancora in macchina su quello che sembrava l’esodo in uscita da Manattan l’11 settembre dopo il crollo delle torri. Poteva passare il ritardo, poteva pure l’insopportabile voce allegra e squillante di Branco e le stelle, ancora vagamente accettabile il fatto che procedessi alla velocità di un Kilometro a settimana da 50 minuti ma sul fatto che da 40 mi stavo per pisciare sotto c’era poco da sopportare.
Io e mia cugina abbiamo sempre avuto 2 caratteristiche in comune: il fatto di essere sempre circondati da maschi e il non riuscire a resistere più di 3 minuti allo stimolo della pipì. Abbiamo pisciato ovunque, al mare sugli scogli, in montagna dietro ai rovi. Insieme potremmo scrivere la guida ai cessi dei locali d’Italia.
Quella mattina davvero non ce la facevo più. Se i monaci buddisti e i fachiri hanno trovato attraverso la meditazione e la visualizzazione metodi per gestire fatica e dolore, anche io ho imparato a trattenere il più possibile lo stimolo della pipì.
E’ una tecnica molto antica che sincretizza respirazione e ricordi dolorosi come la morte di parenti cari e disastri umanitari come il passaggio dalla lira all’Euro.
Alla fine la scelta era una sola. La bottiglia di Ferrarelle.
Inutile facciate facce schifate, lo hanno fatto tanti e chi non lo ha fatto è solo perché non aveva una bottiglia a portata di, vabbè, di quello.
Io quando sento dire da qualcuno che non so fare niente vorrei tanto che apparisse nella mente l’immagine di me quel giorno, seduto in macchina, guidando rigorosamente in prima, alla luce del giorno, che cerco di non farmi vedere dagli altri autisti mentre centro il buco della bottiglia sena rischiare di farmela addosso. Roba da finale di “Scommettiamo che…” con la Carlucci.
Da quel momento decisi di comprare un motorino. Vuoi mettere la comodità di arrivare ovunque nei lassi di tempo che intercorrono tra uno stimolo e l’altro? Vuoi mettere la comodità, in caso di impellenza, di lanciare il motorino e buttarti dietro la prima fratta che trovi?
Quindi in meno di una settimana comprai il mio primo motorino. La vita e la mia vescica ne beneficiarono enormemente.
Ma dopo questa breve ma fondamentale digressione arriviamo all’argomento che avevo in mente di trattare.
La tirchiaggine di mio padre. E senza andare a raccontare migliaia di episodi di grettitudine di cui s’è reso colpevole negli anni, basterà raccontare questa.
La mia bella Polo WV rossa quindi languiva sotto casa e, iniziando sempre più ad apprezzare le qualità del motorino in termini di parcheggio e di risparmio della benzina, prendevo l’ auto solo se pioveva, se dovevo uscire con qualche amico e se avevo bevuto poca acqua quel giorno.
Quando i miei decisero finalmente di separarsi dando fine all’acquisto quasi settimanale di servizi di piatti nuovi, cerotti e disinfettanti, mio padre decise di dar via la sua macchina, ormai troppo vecchia, chiedendomi in prestito la mia fino a che non se ne fosse ricomprata un’altra.
Figuriamoci se io dicevo di no, mica perché fossi particolarmente generoso ma semplicemente perché in casa restava uno di quei prototipi di Panda talmente sbagliati che le concessionarie ti danno via per 300 lire e poi stappano lo spumante. Il colore era talmente unico e raccapricciante che quasi non aveva bisogno di targa per essere riconosciuta per la città. Unico inconveniente: era impossibile andarci ad un primo appuntamento, me lo sarei giocato prima ancora di aprirgli la portiera.
Ora, accade che passano un po’ d’anni. Il motorino, che era già usato, mi viene richiesto dal museo etnografico Pigori con il pretesto di voler allestire una sala dedicata interamente al due ruote pleistocenico. Pur di dare un contributo alla scienza acconsento e vado a battere cassa da mio padre per riavere la macchina da rivendere in cambio di un nuovo scuter. Ormai era vecchia pure la Polo ma un motorino ce lo tiravo fuori sicuramente.
“Ma io non ce l’ho più”. Silenzio. Stai parlando di non avere più una moglie, vero?
“No, la Polo, non ce l’ho più”. Fammi capire, te l’hanno rubata, l’hai prestata, è saltata su una mina residuato bellico della seconda guerra mondiale. Dove cazzo è la mia macchina! E lui candido come il putto di ceramica d’una bomboniera di Sulmona mi fa: “l’ho venduta e mi sono comprato una C2” e per unire al danno la beffa, mostrandomela, continua: “Ti piace? Vuoi provalra?”.
Una persona normale che avesse assistito alla scena in quel momento potrebbe giurare di avermi visto a bocca aperta senza emanare neppure un suono. In realtà il mio grido aveva raggiunto delle frequenze talmente alte da poter essere ascoltato solo dai cani del vicinato che iniziarono ad abbaiare con tono di disappunto: “Sì, Ale, hai ragione, tuo padre è davvero uno stronzo”.

martedì 23 ottobre 2007

AIUTATEMI AD ATTRAVERSARE IL PONTE


Non bastava l’umiliazione delle “vacanze romane” forzate la scorsa estate. Non bastava il fatto di esser stato sottoposto al supplizio di migliaia di foto di amici e colleghi in vacanza né che avessi dovuto inventare ferie rimandate a causa di fantomatici impegni di lavoro (avrei potuto mettere di mezzo la salute di mia madre ma questa scusa me la tengo buona quando, anche a capodanno, non andrò da nessuna parte). Insomma a nulla sono valse queste umiliazioni che già ci risiamo: il ponte dei morti. Ben 4 giorni!! Ma come è possibile far riprendere economicamente una nazione che ti da 4 giorni per santificare i morti? Ma che fai, al cimitero ci vai in tanda a fare campeggio?! Che sono tutte ‘ste feste inutili? È uno spreco di tempo e risorse. Qui se non si pone rimedio cambiando religione e ricorrenze inutili, tra guerre vinte (poi fosse vero…), liberazioni, feste dei lavoratori (e sì, pure!), come minimo mi aspetta un’altra decina di giorni di festività per le quali inventare giustificazioni al fatto che io non ho nulla in programma.
Perciò fintanto che il Giappone (quello sì un paese serio: 5 giorni di ferie l'anno) non mi darà asilo politico, io per questo ponte di novembre vorrei fare qualcosa. Chessò, una gitarella fuori porta, una vendemmia, una sagra della pizza fritta o una gara di pignatte. Quindi, qui entrate in gioco voi.
Cos’è raggiungibile intorno alla Capitale in non più di un’ora e, soprattutto, in non più di 100 euro? (evito accuratamente di verificare il mio conto in banca ma il bagget potrebbe anche essere inferiore).
Si accettano suggerimenti o splendide scuse per motivare, in questo caso, l’ennesimo fine settimana a pranzo da mia madre guardando l’Italia sul 2.

lunedì 22 ottobre 2007

E CON QUESTO LI HO INAUGURATI TUTTI.



Arrivo un po’ tardi all’inaugurazione di una delle serate che nella scorsa stagione hanno reso la vita ghai romana più eccitante di una partita di Scarabeo, più originale del mascherarsi da Pulcinella a Napoli durante il carnevale, più sorprendente del palinsesto di rete 4 il sabato santo (che alterna un anno sì un anno no “La tunica” o “Il re dei re”): le mirabolanti notti dell’Alien.
La prima cosa che noto legando il motorino e scattando una foto ad un orso polare parcheggiato in doppia fila davanti la pizzeria “quelli di via nizza” è un’autoambulanza (ovviamente con le catene montate visto che faceva così freddo che sembrava di stare a Verhojansk, la città più ghiacciata della Siberia).
Mi avvicino e chiedo al portantino cosa sia successo: forse qualcuno ha abusato di “integratori chimici”. E quello, con l’indolenza di uno che quel lavoro lo fa perché costretto da un’ingiunzione del tribunale e non perché è il suo lavoro mi risponde: “la passerella”. Li per li non capisco. Entro, non faccio in tempo a fare 5 passi che cado a terra. Mi rialzo, mi guardo intorno e solo allora capisco la sibillina risposta del paramedico. Ora quando uno dice che rinnoverà un locale, ci si aspetta un’imbiancata alle pareti, delle luci nuove rispetto a quelle usate per illuminare il set de “La Locomotiva” dei fratelli Lumier, o che addirittura abbiano trovato il modo di fare dei bagni che non si intasano anche se butti l’incarto di una gomma ma non chi piazzino una passerella da sfilata di moda (mannaggia ai ghie e a sta passione per il fescion) che taglia in due la sala, in più, alta 30 cm per cui nessuno la vede ma tutti ci si scrociano.
Non so però se questa cacchio di passerella l’hanno messa perché gli organizzatori prendono un tanto a gesso nel Centro Traumatologico Romano o perché prima che arrivassi c’era stato uno di quegli originalissimi momenti d’animazione con go go boi dai muscoli messi male e alla rinfusa che si agitano fuori tempo vestiti con fogli di carta da forno in alluminio improbabilmente motivata come un “omaggio” a Metropolis di Friz Lang, fatto sta che se vedi un amico dall’altra parte della pista o rinunci a salutarlo o ti porti un pranzo al sacco e ti appresti a fare la circumnavigazione del locale il che, detto questo, non è ancora la prova più difficile da superare. Infatti visto che se alle 2 hai ancora indosso una maglietta vieni visto come uno che forse si vergogna di avere 6 capezzoli come i cani e perciò vieni schifato, la cosa più rischiosa dello sgusciare tra la folla è il contatto “pelle-sudata-potenzialmente-fungogena” a pelle (sì, la tolgo pure io, ma tanto a quell’ora, storditi di alcol e droghe nessuno distinguerebbe neppure l’apollo del belvedere da Luciano Onder di Medicina 33).
Mi chiedo a volte perché spendere 50 euro e passa per qualcosa che indossi si e no mez’ora e che poi finirà buttata in qualche raccolta per i poverelli con la motivazione “beh, ormai me l’hanno già vista” (pensa allora se, coerente con questo pensiero, uno dovesse dar via cose mostrate molto più spesso, ma questo è un blog che vuole evitare la volgarità).
Finalmente trovo dei miei amici e degli amici dei miei amici che risaluto come fosse la prima volta perché me li presentano come fosse la prima volta e, mentre mi chiedo se ho davvero un viso così banale o se davvero è l’alzaimer il male dei nostri giorni, cedo a questo teatrino delle terze, quarte, ventesime presentazioni sempre delle stesse persone. A un certo punto mi si fa avanti persino mio padre e, anche lui, si presenta.
Per fortuna vengo dal compleanno del mio amico carissimo che, per non rivelarne l’identità, chiamerà con lo pseudonimo di Cri, dove ci siamo fatti allegri gavettoni di vino e spumante quindi non ricordo molto, ma credo sia una fortuna.
Come al solito, nessuno si è azzardato ad approcciarmi o a rivolgermi anche semplicemente la parola (preferiscono strattonarmi piuttosto che interloquire con me per chiedermi semplicemente: “scusa posso passare?”).
Vado in bagno perché credo che la ricetta “vino+gin tonic+negroni+amatriciana (poca ma pure quella fa)+freddo porco in motorino” oltre a non meritare un articolo sulle diete che fanno bene su “Salute” di Repubblica crea anche qualche imbarazzo di stomaco, e assisto in diretta a uno dei numeri da circo cinese che più mi colpisce: dal cesso (un metro quadrato per 45 cm) escono ben 6 omaccioni (sudati, rasati, occhiopallati) che si vedono consegnare da un tipo in giacca e cravatta, lì a nome della società Guinness, il record di “uomini entrati in uno spazio di quelle dimensione” (i precedenti detentori erano 8 ma erano cinesi quindi geneticamente predisposti e quindi eliminati).
Alle 4 getto la spugna.
Evito quindi le scene di panico da delle 5 quando la gente inizia a rinsavire e a capire che molti se ne sono andati, che a casa il letto è sempre troppo grande per uno solo e iniziano una ricerca disperata di “quello che ho schifato tutta la sera ma a quest’ora è meglio di una martellata su un dito”. Il rito è sempre tanto romantico. In genere l’approcci sono di vario tipo:
1) “ti va di fare colazione insieme al Cavallino?” (ovvero: ho voglia di sesso 1 a 1) (ndr: il “cavallini” è un bar della capitale ma la cosa inspiegabile è perchè tutti finiscano a fare colazione lì, anche se sono ad una discoteca di Belluno. Ideale per il rimorchio della staffa);
2) ti va una colazione con un amico da me? (ovvero io te e il mio ragazzo che chiamo “amico” perché un po’ mi imbarazzo a far vedere che sono uno sporcaccione); 3) “ci vediamo tutti a casa di amici per un cill aut, vieni?” (ovver omega orgiona in case in culo a Giove dove poi finisci per essere rigirato come un calzino e andartene l’indomani camminando scalzo in stato di confusione totale sul ciglio di una strada consolare chiedendoti “dove sono?” ma soprattutto: “chi sono?”).
Alle 5 sono a casa con le mie gocce di En (dose massima consigliata: 36 ma io con meno di 40 potrei uscire e iscrivermi a una gara di triatlon). Nonostante l’overdose dormo comunque 4 ore, il resto della domenica è solo noia e documentari sulla fabbricazione dell’alluminio su Istori Cianel.

PS: pauered bai: Max

IENE VESTITE DA IENE


A 3X anni forse sarebbe il caso di avere nel guardaroba un completo elegante. Non dico un Brioni, a meno che non sia possibile riceverlo tramite i miei millenovecentotrentasei punti GS (saldo di stamattina) che al momento sono la sola cosa di valore che posseggo (che non sia espiantabile) ma almeno uno di quei completi giacca e pantaloni di Zara in fresco poliuretano sintetico da indossare a una distanza di sicurezza di ameno 12 metri da fonti di calore (altrimenti rischi di passare gli ultimi giorni della tua vita in una stanza sterilizzata coperto di garze per ustionati), beh, almeno uno di quelli sarebbe il caso di averlo per ogni evenienza.
La settimana scorsa infatti mi arriva l’invito al compleanno di quello che posso definire uno dei mie più cari amici, ricco e avviato sulla strada del successo professionale (faccio tifo per lui affinché diventi ancora più ricco e potente e possa comprarsi una villa sul mare, una barca o 2 e io possa così andare a scrocco da lui l’estate) il quale non solo fa una festa in uno di quei locali superfichi della capitale dove ti ammettono solo se presenti analisi del sangue, delle urine e certifichi di aver avuto tra i tuoi ascendenti almeno 3 cardinale e un fondatore di un movimento politico, ma dà come tema “Iene e calzini colorati”. Panico. Rileggo il tema. Panico 2. Giro lo schermo del portatile per vedere se c’è qualche indicazione che mi sono perso del tipo “no, scherzo, venite in maglietta e gins”. No, ha proprio scritto “Iene e calzini colorati”!! Ok allora adesso è panico vero. Ma forse me la cavo, sarà uno di qui temi in cui puoi scegliere: vestirti come una delle Iene (il film, visto che gli invitati per ¾ iene lo sono già nell’animo) O con calzini colorati. Nel tal caso avrei già trovato la via di fuga: 3.99 euro, carine, colorate da Calzedonia e, per premiarmi, mi sarei dato alla follia comprandone altre 2 in offerta per un totale di 9.99, a quel punto avrei potuto fare lo sborone e cambiarmene un paio ad ogni ora, come una valletta sanremese perché, per chi non lo sapesse (come me, me lo hanno detto i ben informati quando ho chiesto il perchè dei calzini colorati) in questo locale si va senza scarpe. Invece NO. Completo scuro "E" calzini colorati! Giuro, se il tema fosse stato “stelle alpine e uranio”, procurarmeli sarebbe stato più facile che trovare un abito adatto.
Quindi, non considerando neppure lontanamente l’ipotesi di acquistare un completo visto che, anche questo fine mese lo chiuderò con un mortificante “scoperto”, ho iniziato una caccia al tesoro tra amici e parenti per il concorso a premi d’ispirazione francescana “vestite il poverello”. Alla fine ho raccattato la cravatta (facile9, un pantalone ritrovato un uno scatolone a casa di mia madre tagliato probabilmente da qualche detenuto del carcere psichiatrico Filippo Saporito di Aversa messo dentro per aver tentato di strangolare con un metro da sarta Alexanded Mecquin reo di essergli entrato nella testa rubandogli l’ispirazione. L'unica salvezza per questo straccio sopravvissuto allo smembramento per farne pezze da spolvero è che, essendo nero, il taglio indecente si vede poco (spero). La giacca era del mio coinquilino: molto carina ma un tantino stretta per le mie forme generose, per cui ogni volta che avevo la vitale necessità di inspirare dovevo scappare in bagno, toglierla e procedere all’inalzione dell’ossigeno e poi tornare di là, in apnea (a tale proposito ho appena ricevuto: un encomio da Flipper il delfino della serie tv, come membro onorario dell’associazione internazionale mammiferi apnei e un invito a parlare della mia esperienza da Licia Colò a “Le falde del Kilmnagiaro”). Anche la camicia bianca (si non ho neppure una camici bianca se non una della Disel con taglio ranchero che uso solo quando devo andare con le mie amiche lesbiche a ballare cauntri a Marino, montando tori meccanici e finendo le serate a scazzottate perché qualche sprovveduto ubriaco ha osato fare apprezzamenti sessuali su una di loro) è stata offerta sempre dal caro coinquilino evidentemente privo di laringe, faringe e trachea visto che il colletto è largo come una moneta da 2 euro per cui l’alternativa al morire cianotico per asfissia è stata sbottonare quell’ultimo bottone cavandomela con un finto effetto casual.
La serata è stata davvero divertente soprattutto per me quando cercavo si spostarmi da una parte all’altra di questo enorme divano con il pavimento fatto di morbidi cuscini in cui sprofondavi ad ogni passo, il che permetteva a tutti di muoversi con la stessa eleganza di un escursionista artico costretto ad arrancare con la neve alta fino al ginocchio senza però l’ausilio di racchette, anzi, con la difficoltà livello 5.7 di dover contemporaneamente dissimulare scioltezza mente si portavano in mano un bicchiere di prosecco e un piatto all’apparenza di ceramica ma in realtà pesante come una palla di cannone contenente una fantastica amatriciana al sugo con pancetta croccante. In realtà non è che non abbia mangiato per la linea ma per evitare l’imbarazzo di tracollare, versando il sugo sui cuscini bianchi, morendo schiacciato dalla vergogna e dal peso del piatto piombato.
Rientrando in sala dalle mie frequenti corse al bagno per prendere fiato e fare altro, visto l’altra cosa che tendo a fare quando sono nervoso oltre a parlare a macchinetta come la spicher del radiotaxi è bere tutto ciò che entra in un bicchiere e che abbia un tasso alcolico superiore ai 13° (di meno accetto solo sciroppo per la tosse e acqua di colonia), restavo ammirato da quella perfetta armonia di bella gente, mollemente adagiati su materassi immacolati, sorridenti, affiatati anche se tutti già maledettamente e inopportunamente accoppiati.
Ringrazio quindi Cri della bellissima serata che poteva benissimo essere spacciata per uno dei parti della festa del cinema di Roma (visto che c’avevamo pure i vip, tiè!!).
Sappi che ricambierò molto presto con la mia che però, per farti vivere lo stesso panico che ho vissuto io per adattarmi al tema, intitolerò: Devid Emilton e Leocrema.

giovedì 18 ottobre 2007

STASERA "SCELGO TE", MA QUAND'E' CHE TU SCEGLI ME?


Una ragazza, tre ragazzi. Uno etero zitello, uno etero fidanzato e uno ricchione. Se azzecca chi dei tre è libero (attenta però all’età, come dice mia madre: se sopra i 30 anni ancora stai a spasso hai qualcosa che non va), vince un bel viaggio sennò se la pija in saccoccia.
Stasera inizia “Scelgo te” su SkyVivo condotto da Selvaggia Lucarelli. Faccio pubblicità al programma perché è giusto che vengano appoggiati programmi in cui si mostra un’immagine integrata degli omosessuali nella società (ma la verità è che la Lucarelli mi ha promesso che se mi apposto vicino ai cassonetti della mondezza sul retro dello studio, mi lancia i ghei che vengono scartati). Visto che ho superato da mo’ i 30 anni mi devo spicciare ad accasarmi sennò mamma mi dice che ho qualcosa che non va.

In questa puntata Simona Ventura verrà sostituita da una stecca gigante di Marlboro rosse.




V’avverto: mica lo so se reggo a commentare altre…boh…puntate. Che noia! Preferisco passare le serate dei prossimi mercoledì per strada a contare quante Skoda passano tra le 9 e le 11, 45.
Io non lo so se è lo schermo 16:9 ma stasera la Ventura mi sa che s’è fermata al Panino Giusto a farsi mezzo chilo di casereccio con ventresca e stracchino. Vestita di rosso e totalmente priva di punto vita, sembra una stecca di Marlboro. Simo cara, il rosso, non è un colore che sfina, le modelle di Valentino che vestono i suoi abiti purpurei pesano come un pacchetto di tic tac e sembrano comunque in carne.
In studio come opinionista un plastico in scala 1:1 di un mammut con il pelo biondo mesciato prestato dal museo di scienze naturali di Londra, tenuto in sospensione dalle stesse funi d’acciaio usate per il Golden Gheit di San fransisco.
Sandro Maier dice una cosa in tutta la puntata, però, incisiva: “quello tra Caren e Francesco se non è amore, gli assomiglia molto”. Però! Originale! E questo fa il direttore di una rivista? A meno che non sia il catalogo della Vestro, non capisco come sia possibile.
La ventura nei primi 2 minuti di puntata, sbaglia più parole di quante ne possa toppare uno scimpanzè al quale si richieda di scrivere correttamente al compiuter “le rose sono rosa, le viole sono blu, il mio amore è grande come sei tu”.
Ormai sono convinto che gli autori dei brillanti interventi di DJ Francesco sono gli stessi del fermo immagine sulle nuvole con scritta fissa “fine programmi” che manda la rai tra le 3, 30 e le 6. Ne riconosco il brio.
Arriva la regina dell’isola: e poi sarei io il ricchione? Ti cala per le scale sta vecchia stanca con il carrello carico di verdura comprate al mercato alle 2 del pomeriggio quando ci sono gli scarti ma costano meno.
Vestito con la stessa giacca rossa di Fiorello quando faceva il Karaoche.
Se la prende con Coco che lo ha votato, manco l’avesse mandato a curare le piaghe da decubito dei lebbrosi di Calcutta.
Non risparmia nessuno neppure il mio adorato Sandrone perché vuole andare a fare le serate in discoteca né Miriana che vuole condurre un programma in Rai (ci sarebbe sempre la sopraccitata immagine fissa del “fine trasmissioni”, firmata da i magnifici autori di dj Francesco). Invece, si sa, Malgi è andato sull’isola per poi entrare nell’ordine dei Trappisti per fare cioccolata in provincia dell’Aquila. La sola cosa buona del suo vomito di parole è che per almeno 20 minuti la Ventura tace.
S’è bello che capito che questi hanno deciso di mettere in croce Caren. Ora una considerazione seria di 2 righe: che brutto vedere donne (Ventura e Mammut comprese) accanirsi contro sta povera disgraziata che, anche qualora si fosse fatta un’intruppata con Vittorio, non dovrebbe essere sputtanata davanti ai figli. Punto.
Ma Simo per spiegare a Caren come funziona lo Sciò Biz le dice: “Dura lex, e tu visto che sei ingeniere capirai, sed lex”. Come dire: la somma dei quadrati costruiti sui cateti, e tu sei archeologo mi capisci, è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa”.
Coco vuole uscire e Simo, terrorizzata dall’ipotesi di condurre dalla prossima settimana il bollettino ai naviganti su RadioRai, gli manda sotto la mamma che intavola con il figlio un discorso criptico come il giuramento dei massoni novizi al cospetto del Gran Maestro. Dopo 20 minuti in cui Coco parla del perché deve andar via, la stecca di Marlboro, che sta sul pezzo come una pulce sulla testa di un cane, domanda: “perché vuoi andare via?” Coco alla fine confessa: vuole tornare per non dover più sentire la Ventura dire che lui deve restare perché glielo ha detto in sogno Rael, il fondatore del movimento degli Eloim.
Piuttosto, continua, preferisce giocare per il Monte Porzio catone F.C. per i prossimi 2 anni al minimo dell’ingaggio.
Arriviamo al responso della votazione: mi dispiace davvero un sacco, esce la moglie di Alberto Sordi ne “Il tassinaro” nella persona di Manuelona Villa (oddio, a guardarla bene, sembra la versione sana di mente de “l’amica mia Egizia!”, vedi il post: l’amica mia E.).
E’ palese a questo punto l’intento di uccidere Sandrone facendolo passare per un incidente. Insomma, sto povero disgraziato che non vede una donna che gli dica “si” da quando il 23 aprile del 1987 a Parma chiese ad una che aspettava il pulman se “il 45 passava di lì”, si ritrova 2 strappone caraibiche super tettute mandate a ballare con lui dalla produzione che farebbero risalire persino il relitto del Titanic e una tanica di prosecco che trangugia a stomaco vuoto: tu guarda se a questo non gli prende un coccolone e tocca pure intestagli quell’isolaccia in Onduras.
Ci troviamo ora ad Eboli, paesino nel sud dell’Italia. Il piccolo Giovanni, sente freddo al mattino quando è costretto a fare a piedi i due chilometri di distanza tra casa sua e la scuola dove frequenta la terza elementare. Va dalla mamma che è incollata davanti al televisore, l’unico in casa, mentre guarda il suo programma preferito: L’isola dei famosi. “Mamma, ti prego me lo compri il cappotto nuovo? Al mattino fa freddo e io ho solo questa giacchetta leggera”. La mamma, senza staccare lo sguardo dallo schermo, risponde: “Non rompere il cazzo, i soldi mi servono per votare Manuela Villa e farla restare sull’ultima spiaggia. E adesso vai a letto”. E infatti grazie a ‘sti 500 euro spesi dalla mamma del piccolo Giovanni, la Villa vince l’ultima isola e Giovanni con il suo cappottino se lo vanno a pia’ ‘nder’ culo!
I nominati sono Viviana, la porno commissaria e Debora Caprioglio, la Colombina con i baffi da Pantalone. A questo punto mi alzo e mi vado a fare un caffè, ovviamente macchiato, ovviamente al ricchione!!

mercoledì 17 ottobre 2007

Ed io che pensavo che sarei stato sepolto a Santa Croce.


Lo sapevo che ci cascavo pure io. Dopo tutto sto casino della mozzarella anche io sono da oggi vittima della “sindrome di Malgioglio”. Voi lo sapevate che dobbiamo a lui “L’importante è finire" (una delle canzoni più belle di Mina)? Eppure per cosa verrà ricordato fino a che il sole non imploderà in un buco nero inghiottendo tutto il sistema solare? Per “Pelame”, una canzone brutta lo schianto di un pulmino di orfani contro una parete rocciosa la sera della vigilia di Natale mentre vanno a messa. La stessa cosa ormai accadrà a me: verrò ricordato per essere uno dei 4 Ricchioni così apostrofati sullo scontrino dal cameriere di un ristorante milanese. Eppure speravo che il mio contributo alla cultura mondiale sarebbe stato riconosciuto per opere immortali quali il mio celeberrimo post “Meglio primo all’inferno che ultimo in paradiso”, dove con penna leggera e prosa ineffabile racconto di come mi sia conquistato il titolo di “Più checca di Roma” o che potessi aspirare all’olimpo della cultura per aver finalmente reintrodotto nella lingua italiana aggettivi desueti degli anni ’80 come “sgiscio” o “tozzo” (ci sto ancora lavorando ma per chi non è di Roma sono sinonimi di “fico”, quindi per favore diffondete il verbo).
E invece niente. Questa fama immeritata mi ha investito come mi trovassi davanti l’ingresso di una farmacia calpestato da un’orda di massaie attirate da una svendita di calze contenitive a rilascio graduale del dottor Gibo’ a sole euro 4,99.
Si è già fatto avanti un giornalista del Bollettino Salesiano per raccontare il fatto, dimostrando così che non solo i preti sono ricchioni ma anche i clienti dei ristoranti. Mi ha chiamato Faletti per farci un romanzo dei suoi (sì, di quelli duple fas: da una parte volume dall’altra comodino da letto o ferma porta). Dice che vuole tirarne fuori un giallo a sfondo sessuale. Se mi dice culo Moccia ci gira poi un film con Vaporidis nella mia parte e la Capotondi in quella di Dario (altro ricchione…).
Per il momento la sola cosa certa è che sto post da domani lo trovate allegato al periodico “Orologi di Classe” (lo so lo leggono meno persone di quelli che hanno letto per davvero tutto “L’Ulisse” di Giois) a sole 99 centesimi d’euro in più rispetto al prezzo di copertina. A me ne vanno 20, quindi per favore, da tutto questo, fatemici guadagnare qualcosa.

martedì 16 ottobre 2007

LEGGETE IL SIMPATICO ANONIMO

UN COMMENTO CHE SI COMMENTA DA SOLO (riferito al post che trovate in questa pagina dal titolo: "Intolleranza ai latticini...).

Caro signor Checca
mi presento anonimo viste le vie che usate per farvi giustizia(pensavo vi picchiaste a suon di schiaffi e urla come le donne), spero vivamente che legga e risponda a questo messaggio essendo un amico del cameriere con cui ha avuto questa vicessitudine. Introdurrei col fatto che ricchione non è la parola adeguata, ti definirei più scarto della natura. Seconda cosa, la prossima volta, visto il termine mozzarellaro, ti suggerirei la prossima volta di andare a mangiare in un posto alla tua altezza, MAGARI CON CAMERIERI CHE SE LO FANNO PIAZZARE. E infine oltre allo scontrino vi avrei anche sputato nel piatto. Feccia.
Ps: ecco un altro nomignolo che può aggiungere alla sua collezione BARONETTO

CHI MI AIUTA A RISALIRE AL SUO IP, COSì DIAMO UN NOME AL POVERO ANONIMO CHE LO HA PERSO?
PS: caro anonimo, restando in tema, credo che tu sia una bufala :)

lunedì 15 ottobre 2007

NELLA LA TERRA DEL PANETTONE


Meno male arrivo a Termini con 40 minuti d’anticipo. La carrozza numero 10 è talmente in testa al convoglio che quando monto vedo già la cupola del Duomo di Firenze.
Salgo e davanti a me si accomoda una finocchietto di 20 anni, che peserà un paio di chili in meno della modella di Nolita, con il colletto della polo alzata (che è la cosa che in assoluto mi fa andare il sangue al cervello) e una borsa ricoperta di spillette (la seconda cosa che mi fa andare in assoluto il sangue al cervello) lo trovo talmente insopportabile con quella sua aria da modella nana che quando smetto di ciancicare la gomma lo prendo per un orecchio, lo uso per incartarla e lo lancio dal treno in corsa.
Appena vedo il cartello Milano Centrale il pensiero mi riporta all’ultima volta che venni. Fui cannato 4 a 0 (modo di dire dello sleng romanaccio che significa “essere scaricato”, lo uso perché insieme a “sghicio” e “tozzo” sto cercando di far tornare in voga tutti i termini che andavano durante la mia adolescenza) da un ragazzo che mi piaceva molto per sms mentre ero lì per lavoro. A dire il vero, anche parecchi anni prima il mio ragazzo storico mi aveva cannato 4 a 0 mentre ero a Milano. Per fortuna ho con me un polletto che sgozzo immediatamente e appronto un rito vudù contro la sfiga (non sono fidanzato ma non si sa mai).
Il treno porta 10 minuti di ritardo a causa del traffico ai caselli in entrata a Milano ma va bene così visto che il mio cavaliere mi chiama avvertendomi che è ancora in moto.
Scendo e cerco subito di catturare le differenze tra Roma e Milano. Mi colpisce il raccoglitore di rifiuti differenziati. A Roma ce ne sono ma diversificano solo 2 categorie: rifiuti da buttare nel secchio e quelli da buttare a terra.
La stazione è sempre bella, ricorda il palazzo del governo Cileno dopo il bombardamento del colpo di stato del 1973.
Mi viene a prendere il mio amico con la lambretta (altro termine che intendo riportare di moda per intendere “scuter”), ha i pantaloni a sigaretta e io con i miei levis oversaiz capisco che devo assolutamente adeguarmi. Se lo mette lui che vive nella capitale della moda vuol dire che tra 6 mesi andranno di modissima anche da noi al sud quindi lo costringo subito a portarmi da H&M dove catturo 4 paia di leggins in fantastici colori moda. Ne indosso uno: ora sembro proprio un autoctono.
Passiamo 20 minuti cercando di caricare una borsa grande come un furgoncino per traslochi. Sono uno insicuro (Insy, mica a caso) e indeciso quindi, nel dubbio, anche per due giorni, porto l’equivalente di un viaggio di 80 in giro per il mondo, questa volta però non ho portato la moka (pare che ora anche a Milano la usino) e il frasario della Zanichelli “Farsi capire a Milano” (il mio amico mi farà da traduttore).
La sera ci buttiamo subito nel rutilante e scoppiettante giro degli aperitivi milanesi e nel giro di 4 ore riesco ad ubriacarmi di Margarita forse anche perché, per comodità, avevo deciso di farmene riempire un’autocisterna con una cannuccia al posto del bocchettone e farmi seguire per la città.
Tra un bar e l’altro mi ritrovo in un locale che pare essere uno dei più sghici della città (lo vedi? È un aggettivo paspartu che merita troppo la riesumazione!). la clientela è formata da “la meglio gioventù milanese” anche se però, c’avranno anche le cifre di Gucci impresse a fuoco sul quarto posteriore ma, mortacci, quanto sgomitano al buffè. Alla fine mi ritrovo a litigarmi l’ultima aletta di pollo con una che sembrava una supergriffata ma che s’era riempita il piatto manco le avessero detto che era il pasto del condannato a morte. Ci raggiungono 2 amici di Dario: uno di loro è emigrato da Roma e con lui iniziamo un momento nostalgia come due deportati a Sant’Elena mentre in sottofondo mi pare di sentire la Ferilli che canta “Roma nun fa la stupida stasera”, l’altro è un giornalista di una rivista mitica quindi faccio uno sforzo immane per non biascicare, per dare un senso a quello che dico senza sembrare Simona Ventura che spiega le regole dell’”Isola dei famosi” e per azzeccare i congiuntivi (esagero al punto che inizio a metterne a caso ovunque anche quando mi presento: “Piacere, sia Insy”).
Nonostante tutti i miei preconcetti da terrone, il uic end è stato davvero divertente. Nel cielo avevano anche qui una specie di stella dalla luce accecante che dava calore. Se fosse stata a sud l’avrei chiamata sole (non so in milanese come si dica). E questo ha reso ancora più piacevole la trasferta che, per non essermi voluto far mancare anche un minimo di risvolto culturale, mi ha portato a visitare la mostra de La Sciapel: probabilmente la più estesa che l’artista avesse mai composto visto che esco con i piedi gonfi come due pagnottelle. Ci mancavano solo le foto del liceo in cui mostra il culo insieme ai compagni di classe e poi, per il resto, c’era ogni scatto fatto in vita sua.
Domenica poi un pranzo coi controcavoli (anche qui sto spingendo una campagna nostalgia conto l’incedere del “branc”) a casa di due ragazzi troppo, troppo carini i cui sorrisi si sono purtroppo tramutati in sgomento vieppiù mi vedevano macinare cibo come una schiacciasassi (devo fare una confessione, io non ho mangiato quanto avrei voluto solo per educazione, fosse dipeso da me avrei attaccato anche gli avanzi degli altri e mi sarei messo a frugare nella spazzatura dei vicini).
Per amor di cronaca, concludo confessando che sabato è stato un giorno molto piacevole soprattutto “per altri motivi” ma stavolta, per amor di privasi, non entro in particolari.

PS: oltre a farmi dare del ricchione dal cameriere di Obika, mi sono beccato un ennesimo appellativo da un ragazzo, che chiameremo con il nome di fantasia “Mario”, il quale mi ha fregiato del titolo di “Reginetta dello scandalo”.
Se dio vorrà, sul perché di tale titolo, un giorno ci scriverò un post ad hoc.

intolleranza ai latticini o latticini intolleranti?




Sabato scorso Insy, già “La più checca di Roma”, già “Diva del cazzo”, “Già gatta con il culo di piombo” è stata insignita nella Capitale morale d’Italia di un nuovo prestigiosissimo pseudonimo che, per i cultori dei film de Er’Monnezza non suonerà certo come particolarmente originale ma il contesto in cui mi è stato assegnato lo è davvero.
Da oggi, infatti, oltre ai suddetti titoli si aggiunge anche quello di Ricchione. Ho già contattato l’alto ufficio di araldica nobiliare e dicono che in effetti, con una sfilza di attributi del genere posso aspirare direttamente al rango di Arciduca in più, se entro la fine dell’anno me ne affibbiano un altro passo di diritto a Valletto Reale.
Insomma sabato dopo aver visto un'interminabile mostra di La Sciapel al Palazzo Reale di Milano (un presagio forse?) decidiamo di andare a mangiare qualcosa da Obika, un mozzarellaro al settimo piano della Rinascente, davanti il Duomo di Milano. L’ascensore sembrava un interregionale delle Ferrovie dello Stato dal momento che ha fatto soste di almeno 5 minuti ad ogni piano con tanto di bibitaro abusivo che entrava per vendere beni di conforto e il controllore che ci ha chiesto 2 volte di vedere il biglietto. Dopo 20 minuti arriviamo all’ultimo piano e, stremati, ci dirigiamo al ristorante.
Ordiniamo da mangiare una quantità di mozzarella tale che le mucche che ne hanno prodotto il latte adesso sono ricoverate in psichiatria bovina e ne avranno per almeno 3 settimane.
Arriva il conto e uno dei mie amici spulcia lo scontrino, poi, con molta eleganza (lui è del nord, io al posto suo avrei dato fuoco al locale) ce lo mostra e dice “leggete cosa hanno scritto infondo”. Leggiamo. “per i RICCHIONI”. Ci guardiamo in giro e cerchiamo di capire chi siano questi “ricchioni” poi, ci arrendiamo all’evidenza: siamo noi!!
Io inizio a sentire l’odore del sangue che spargerò e mi eccito come un pitbul pronto a scendere in un’arena di lotte clandestine tra cani.
Chiamiamo un cameriere e gli chiediamo di mandarci il responsabile. A questa richiesta, il cameriere (non quello che ci aveva servito) subodora il pericolo come le gazzelle braccate dalle leonesse nella savana e sbianca. Poco dopo arriva la responsabile che, letto lo scontrino diventa all’istante una statua di sale. Andiamo allora dal direttore responsabile che ha già sfoderato la shinai con la quale è pronto a fare harakiri. Viene da noi con il volto pallido come un cencio lavato e io, per metterlo a suo agio, mi presento: “salve, sono uno dei 4 ricchioni”. E’ mortificato e si scusa moltissimo promettendoci che la cosa non passerà impunita. Io giustamente risentito chiedo di parlare con “questa cima di cameriere”. Ci porta da lui. E’ per momenti del genere che la vita vale la pena di essere vissuta. “Sei tu che hai scritto ricchioni sullo scontrino?”. Lui spera che un terremoto del settimo grado della scala ricter faccia crollare il piano, la Rinascente, il palazzo, la piazza e, per sicurezza il Duomo appresso a tutto. “Si, scusa, non volevo”. No, fammi capire: stavi scrivendo “caffè macchiato” quando lo spirito di Tomas Milian si è impossessato di te e, involontariamente, ti sei trovato ad aggiungere il simpatico epiteto?
Io incalzo come la Meggillis in “Sotto Accusa”: “qualcuno di noi ti ha toccato il culo mentre servivi?” (io elegante come sempre…) “No”, risponde. “Qualcuno di noi ti ha fatto delle proposte o ti ha chiesto di andare a letto con te” (anche se forse un pensierino ce lo avevamo fatto). “No, mi dispiace”. Imperverso come una professoressa davanti ad uno studente impreparato. “Lo sai quanti ricchioni servi ogni giorno?”. “No” (ma rispondi pure? Era una domanda retorica!). “ora tu non ti preoccupare perché ci faremo risentire tramite i nostri avvocati” (giuro, io sogno di dire questa frase da quando seguivo Dainasti alle elementari).
Salutiamo cordialmente il direttore e lo invito la prossima volta a scegliere dei collaboratori un po’ più svegli. La questione infatti non è tanto quello che il cameriere possa pensare o dire sghignazzando con i colleghi in cucina mentre tagliano mozzarelle che vendono al prezzo di collane di Bulgari (io dico cose ben peggiori e molto meno politicallli correct) ma è la leggerezza di averlo scritto che va punita. Per questo, l’idea di pagare il conto non ci ha neppure sfiorato. Non vedo perchè i soldi di 4 ricchioni avrebbero, anche solo in parte, dovuto pagare lo stipendio di uno che ci ha insultato.

giovedì 11 ottobre 2007

Shangai: la nuova isola dei famosi. Seconda parte.


ATTENZIONE, LEGGERE PRIMA LA PRIMA PARTE DEL POST!!!!

...DICEVAMO:
Ormai Simo va a ruota libera e appena Coco accenna a voler uscire, qualora Malgioglio venisse eliminato, lo massacra di sensi di colpa facendo leva sul fatto che milioni di italiani in realtà non desidererebbero tassi di interesse più bassi sulla prima casa o contratti di lavoro più sicuri ma che vorrebbero essere lì.
Il sermone di 3 ore è totalmente incomprensibile anche alla traduttrice simultanea che sbrocca, butta le cuffie a terra e uscendo dalla regia grida “non sono pagata abbastanza per tradurre questa!”.
Alla fine, non si sa come, Coco ci ripensa e io, durante un rvm di Francesco in costume, ho l’epifania: figlio di Dio, c’ha un pacco! Ecco come fa ad attirare i pesci che pesca!
La serata procede con il solito susseguirsi di sbadigli tanto che preferisco sfogliare il catalogo dei premi della GS, ho tipo un milione di punti il che mi dà diritto ad una liposuzione con impianti ai glutei e lifting facciale (penso allora a quanti ne deve aver accumulati la Ventura per farsi quel po’ po’ di lavori).
Passiamo ora al fattaccio del panino che come ripercussioni sugli equilibri internazionali viene secondo solo all’omicidio di Francesco Ferdinando e lo scoppio della prima guerra mondiale.
Pare che Coco abbia mangiato il panino-ricompensa di Vittorio (ricoverato in ospedale per depressione: dice che gli manco un sacco). Sarà che io per un panino con la mozzarella dopo 3 settimane di digiuno sarei disposto a sterminare cuccioli di foche con la spranga, quindi lo capisco.
I due si fronteggiano e lì mi si annebbia la vista e mi fischiano le orecchie, due boni insieme non riesco a gestirli e vengo meno. Al mio risveglio sento parlare di un presunto rapporto lesbico tra Caren e Vittorio. La regia stacca su un primo piano di un bell’uomo che non capisco se è il marito di Caren o il ragazzo di Vittorio. Per fortuna il super mi viene in soccorso: è il marito di Barbi Spaccanapoli che cerca di smorzare queste illazioni mentre iniziano ad affiorare sul suo capo bizzarre escrescenze ossee.
Ma ecco il nostro Sandrone solo, sull’ultima spiaggia, che ha l’espressione allegra di uno a cui hanno sostituito la carta igienica con foglie d’ortica. Per sollazzarlo dopo una settimana di solitudine gli mandano due tranz caraibiche scartate da Pingitore perchè troppo femminili per i suoi spettacoli al Bagaglino.
Siamo all’eliminazione ma prima resto mesmerizzato da Lisa Fusco, la donna a metà, che oltre ad avere la voce di Topo Gigio se ne va in giro con un costume di piume rosa, trofeo di un frontale fatto con un fenicottero allo zoo di Napoli lo scorso agosto.
Non so come dirlo in altre parole: esce Malgioglio. Questa è una chiara forma di omofobia e Grillini chiama subito Prodi che stava vedendo le puntate registrate del “Colpo Grosso” di Smaila: domani interpellanza parlamentare e manifestazione dell’ARCIghei davanti Monte Citorio! Vogliamo i nomi di tutti quelli che lo hanno nominato (e per questi sono già pronti 450.000 encomi solenni al valor civile).
In evidente stato confusionale, Malgi minaccia di scrivere un libro sull’isola e sui suoi protagonisti che, presumendone la qualità letteraria, andrà a sostituire in tutti gli istituti superiori “I promessi sposi”.
Un bacione Cri’! Da lunedì ci rivediamo al mercato dell’Esquilino a rubare le tapioche ai banchi degli africani!
Votazioni. Tra tutti rivediamo la Caprioglio che parla con un suo caro: è il titolare del circo dove lei si esibisce come donna baffuta, tra una settimana i mustacci saranno lunghi abbastanza per farne trecce come Obelix.
Malgioglio, all’oscuro di tutto, viene portato sull’ultima spiaggia ma appena capisce l’antifona fa a Simona il gesto del manico d’ombrello (ovvero: “a Simo’, cor cazzo che ci resto su sto sputo di sabbia da solo!!”).
La Ventura è disperata e fa terrorismo psicologico pur di trattenerlo lì. Arriva ad offrirgli pure il video che ha fatto con il cellulare la sua notte di nozze con Bettarini ma niente, Malgi vuole tornare in Italia perché lo aspetta una grande carriera.
Io ho qui il programma delle prime serate scaricate dalla om peig del grande artista:
20 ottobre: sagra della marrocca di Bucchianico;
28 ottobre: l’inaugurazione del salone di bellezza "Ricci e capricci" di Vicovaro Mandela.
Ulteriori informazioni sul suo sito: www.lavecchiasignoraconlegambegonfie.com.
Sento il suono di una sirena d’ambulanza e capisco subito: arriva scortata dalla guardia medica Tiziana, la casalinga sfuggita dalla sua gabbia d’oro, ricoperta di lividi a forma di nocche (il marito evidentemente è arrivato dove tutta Italia avrebbe voluto).
Quando Simo le chiede come sta, inizia a tremare schiumando dalla bocca, entra allora lo psichiatra che, infilandole un morso tra i denti, le 30 ml di Toradol e la porta via in barella.
Vittorio è l’ultimo a votare, sarò ripetitivo ma se dio volesse pareggiare i debiti che ha con me potrebbe pure darmelo, no?
Vittorio manda Fiona al televoto e siccome per lui la polemica con Coco è finita, ed essendo lui, come molti toscani, per nulla rancoroso, decide di votare Coco.
Simo, qui le cose si mettono male. Chi esce esce, perdiamo un altro pezzo da 90. O fai entrare Elvis Presli svelando che in realtà era stato rapito dagli alieni o tocca farci scappare il morto.

Shangai: la nuova isola dei famosi. Prima parte (visto che sono prolisso, divido il post in due)


Nell’incontro di pochi mesi fa a Pechino tra il nostro primo ministro Romano Prodi e il governo cinese, oltre a regolamentare il flusso commerciale è stato concordato anche un’apertura dei programmi delle reti nazionali all’utenza mediatici dell’estremo oriente. E’ nel rispetto dunque di questa intesa che ieri si è aperta la quarta puntata dell’isola. A scendere le scale di plexiglas dello studio milanese era infatti questa volta Ton Ting, un immigrata clandestina cinese che, lasciata la scatoletta di tonno in cui vive in via Sarpi a Milano e avvolta in un antico chimono di età imperiale proverà a condurre l’Isola dei famosi. Mi rifiuto infatti di credere che dietro quegli occhi a mandorla tirati come due asole possa esserci Simona Ventura, dubbio del tutto fugato già dopo soli 40 secondi visto che quello che parlava la conduttrice tutto era fuorché italiano.
Ritorna come opinionista la famelica Maria Giovanna Maglie che è costretta a sedere atterra a causa dello sciopero delle sedie Rai. Il comunicato sindacale infatti dichiara che le sedute incroceranno le gambe fino a che non verranno garantiti turni più brevi, un rispetto delle norme di sicurezza e dei diritti dei mobili e, soprattutto, invoca una dieta per la giornalista la quale, inferocita viene subito sedata da Ton Ting con un’anatra laccata e una porzione per 14 di ravioli di gamberi.
Visto poi che questo è l’anno dell’invertito, anche per l’oroscopo cinese, come secondo opinionista è stato invitato Alfonzo Signorini.
Mi ci sono volute bel 4 puntate per capire finalmente perché Francesco Pooh che non sa cantare, non sa parlare, non sa condurre, non si sa vestire, insomma “uno che non sa” in assoluto, faccia l’inviato a spese del contribuente su Rai2. E’ ovvio! E’ il fratello della nuova direttora artistica di Valentino e siccome la produzione, nella persona della produzione (battuta che tira fuori la ventura a ogni santa puntata e che io replico per vedere se almeno scritta fa ridere, ma mi sa di no) non può permettersi di spendere anche per i vestiti per la Ventura oltre che per i lavori di consolidamento della faccia e delle tette ha stipulato un contratto di cambio merce: noi ci prendiamo Eta Beta tatuato e voi ci date qualche tagli a 48 della Meson che non riuscite a vendere neppure alle chiattone arabe.
Dopo il consueto, esilarante teatrino tra Ton Ting (che a parte la lingua e gli occhi a mandorla, per il resto si atteggia uguale alla Ventura) ed Eta Beta sul pitoncino Pippo e il padre Pippone (ma gli autori escono da una scuola di sostegno per ragazzi affetti da disturbo dell’attenzione o davvero secondo loro ‘ste cose fanno ridere?) parte una bellissima televendita della maglieria Ragno che, dopo anni di stenti, ha deciso evidentemente di chiudere e dichiarare la banca rotta. Gli aggettivi per descriverne i prodotti sono: “luc moderno, pratico, conveniente e di qualità” ma chi è l’autore, Nunzio Filogamo? Lei poi è talmente convincente che non riuscirebbe a vendere neppure una bottiglia di Ferrarelle ad un disperso nel Sahara.
Suggerimento a Bush: facciamo fare il prossimo finto comunicato di Bin Laden alla Ventura così scardiniamo per sempre la rete terroristica di Al Cheda.
Tornando ai naufraghi scopriamo che Pol, lo sconosciuto che dice di essere figlio di Belmondo il quale ha già dichiarato che “neppure lui lo ha mai visto”, l’eroe, quello che s’è rotto la clavicola per far vincere al gruppo 5 chicchi di riso e 2 cheli di granchio panate, ora è odiato da tutti perché vuole fare l’eroe.
Fiona (n.d.r.: manuelona villa) entra a gamba tesa nella discussione dando ancora addosso a Lo Sconosciuto che sembra un profugo albanese e parla pure come un albanese ma, nonostante questo, è comunque sempre più comprensibile della Ventura che ora, avvolta da una nuvola dorata, scende nello studio e rispedisce Ting Tong a cucire brutte copie di scarpe griffate con materiali cancerogeni nelle suole e riprende le redini del programma. Ma appena apre bocca mi accorgo che tra la sua lingua e quella cantonese non c’è differenza. Viene lei a dirimere la disputa con parole di pace e comunione e, come il Nazareno, inizia a moltiplica pane e pesci. Continua quindi a raccontare parabole sul rispetto reciproco, sull’importanza delle opinioni altrui e sul fatto che prima l’Onduras era tutta campagna.
TUBICONTINUED...

mercoledì 10 ottobre 2007

Noios volevam savuar...


Ieri dopo aver rischiato di fare due biglietti per giorni diversi, il primo d’andata Roma-Milano e quello di ritorno sempre Roma ma verso Milazzo, sono riuscito a fare i biglietti alle macchinette di Termini. Ammetto di aver vissuto qualche minuto di smarrimento davanti a questa specie di bagno chimico con "tac scrin" durante i quali sembravo lo scimpanzè di fronte al monolite nero di “2001, Odissea nello spazio” ma mi sono ripreso immediatamente iniziando a immettere i dati con una velocità da dattilografa diplomata rispondendo a tutte le domande: data di partenza, orario, posto, ruolo sessuale, altezza, ti piacciono i fiori? Alla fine, ce l’ho fatta e oltre ai biglietti per lo spettacolo “Un romano a Milano” (di e con Insy Loan) in scena questo fine settimana "nellamilanodabere" mi è uscita anche una stampa con il mio profilo psicologico, i bioritmi e un giro di ching. Ancora una volta l’uomo ha piegato la macchina e da scimmione, proprio come nel capolavoro di Cubrik, mi sono trasformato nel cosmonauta che infinocchia HAL 9000.
E non ci ho impiegato neppure troppo tempo sebbene, girandomi, abbia trovato alcuni in fila che avevano piantato una tenda e acceso un fornelletto da campo.
Ovviamente ho selezionato un posto singolo per evitare: congreghe di suore chiacchierine, boi scaut (a meno che non abbiano 22 anni e si siano convertiti all’AGESCI dopo aver vinto i giochi della gioventù nel decatlon) e bambini di 5 anni educati da madri moderne che gli lasciano smontare i sedili del treno con un piedi di porco sperando poi che loro si fermino semplicemente dicendo: “Mattia, dai stai buono, lo sai che non si fa ☺”. La mia quando viaggiavamo mi tramortiva con la fibbia della borsa all’uopo usata come maglio d’acciaio se solo mi piegavo ad allacciarmi le scarpe (però vedete come sono venuto su bene!).

martedì 9 ottobre 2007

L'importanza del silenzio



A volte fantastico su quante figure ignobili e massacri da parte dei miei mi sarei risparmiato se fossi nato muto, anzi, per sicurezza, proprio senza bocca, come l’aliena di Capitan Arlok.
11 anni. Primo anno di danza. Anzi, primi 6 mesi.
Spettacolo di Natale. Non vi dirò l’anno ma la coreografia era stata creata sulla colonna sonora di Flescdens, e non era un un’operazione nostalgia. Ero da poco entrato in questo gruppo teatrale dove, tra le varie discipline che si insegnavano, mi ero subito lanciato sulla danza (perché non è vero che ghei ci si nasce). I passi me li ricordo ancora oggi tante volte li avevo ripetuti in sala prove, a casa, in bagno, sul tram la mattina andando a scuola.
Per l’occasione, la coreografa/costumista/scenografa/tecnico luci/buttafuori, inequivocabilmente daltonica o, semplicemente, crudele, aveva deciso di farci indossare una tutina accademica iperaderente in un virilissimo color azzurro acqua marina che avrebbe fatto sembrare checca anche Pietro Taricone. Io, invece, con quella roba addosso, sembravo semplicemente Barbachecca, il figlio “allegro” della famiglia dei Barbapapà.
Prima dello spettacolo si passa a quello che, insieme al lavorare sulla sbarra (un attrazione ancestrale fin da allora) e poter finalmente ballare per casa giustificando il fatto come “necessario all’affinamento della tecnica”, era il motivo principale per il quale mi ero accostato alla sacra arte di Tersicore: potersi truccare per gli spettacoli. Scoprii presto con disappunto che però si trattava di quello che chiamavano trucco teatrale che, a ben vedere non aveva nulla in comune con la mia idea di trucco più ispirato allo stile “prostituta della Salaria” che a quello delle Etual della Scala.
La truccatrice era Milena, una ragazza del gruppo diplomata estetista e per carpirne ogni segreto, io ero diventato la sua ombra (ancora oggi sono in gradi di garantire ottimi risultati per trucco da sposa, trucco teatrale, acconciatura, taglio, colore e messa in piega). Una ragazza tanto carina quanto affetta da una semi paresi facciale che le distorceva la bocca e le dava problemi nel parlare.
Cosa potrebbe fare mai un ragazzino che desidera integrarsi in un gruppo già affiatato se non tirare fuori tutta la sua carica di simpatia? Insieme a me studiavano danza due ragazze con le quali avevo particolarmente legato e quindi, dopo esser passato al trucco da Milena, e dopo essere passato anche al trucco da me (avevo trafugato una truss a casa e avevo, per così dire, dato un ritocchino a quello che mi sembrava un meic ap un po’ troppo smunto per il mio debutto) corro da queste mie due nuove amiche che rimangono perplesse davanti un ragazzino alto un metro e mezzo acchittato come Carmen Miranda in uno spettacolo a L’Avana prima della rivoluzione castrista, e faccio ridendo e cercando complicità “Ma avete visto Milena?”.
Ma siccome ritengo che parlarne non sia sufficientemente divertente inizio a farfugliare con la bocca storta lanciandomi in un caricatura alla "Elefant Men" di Devid Linc. Vedo che però le due non ridono. “Milena è mia sorella” mi fa secca Antonella. Dio non esiste altrimenti avrebbe avuto pietà di me incenerendomi con un fulmine. Immagino invece che, se esiste, sia un filo sadico e dall’alto del suo trono di nuvole con un pacco di pop corn formato legioni di arcangeli si sia goduto lo spettacolo. Ma l’umiliazione peggiore fu la comprensione di Antonella che, con un sorriso compassionevole, ribatté dicendo : “Dai non ti preoccupare, capita”.

lunedì 8 ottobre 2007

ROMA E' TUTTA UN'INAUGURAZIONE.

Se l’effervescenza di una città si calcolasse in numeri di inaugurazioni settimanali da oggi Roma potrebbe cambiare benissimo il suo nome in Idrolitina Capitolina.
Solo in questo fine settimana infatti hanno riaperto i battenti il Palazzo delle Esposizioni, MuccaAssassina, Modo e la tintoria a gettoni di via Tiburtina, angolo via degli Ausoni, che era stata chiusa qualche mese fa dall’ufficio immigrazione per il ritrovamento di una famiglia di cinesi nel cestello di un’asciugatrice dove, in 12, fabbricavano le scarpine con la zeppa delle Braz per conto della Mattel.
Sorvolerei tranquillamente sulla riapertura del Palazzo delle Esposizioni nel quale, visto il mio interesse per le mostre pari a quello per il girone di ritorno del torneo di bocce su sabbia del circolo degli anziani di Villa Gordiani, credo ci entrerei solo se in prossimità del museo dovessi avere un attacco di dissenteria e i bagni di tutti i bar del Quirinale fossero fuori servizio.
Su Mucca anche sorvolerò più che altro perché alle tre una voce metallica sparata a un milione di decibel ha gridato: “Per Insy, l’avventura di MuccaAssassina finisce qui”. Quindi ho dovuto abbandonare di corsa il palaricchioni dove per l’occasione si era organizzata una festicciola intima per appena 300.000 persone. Insomma di quelle seratine di musica e magia davanti a un falò strimpellando una chitarra e bevendo vino novello.
Ma parliamo di Modo. E’ sicuramente il locale ghai più fighetto di roma e il primato, diciamocelo, non è difficile da ottenere visto che compete con altri bar come il Caming Aut dove ti servono i coctel nei bicchieri di plastica manco fossimo dei profughi di Mazzara del Vallo o con altri scannatoi dove rischi di essere servito da un barista a 4 zampe sul bancone vestito con borchie e cinture di pelle mentre viene fistato dal guardarobiere (se non sapete cosa significa “fistare” fate una ricerca su Gugl, da quando so che legge il blog anche la figlia adolescente di una collega di un amico mi rifiuto di entrare in dettagli da scabrosi). Il locale è comunque delizioso a partire dalla cassiera. Oddio forse è un termine improprio visto che “cassiera” mi evoca l’immagine di donnone in soprappeso con dita inanellate con pezzi da bigiotteria scadente e trucco spalmato con pennelli Cinghiale dal nome a scelta tra Silvana, Marisa e Felicetta mentre lei è deliziosa, biondissima, magrissima e con un sorriso sereno di chi non ha vissuto mai in vita sua un dramma più doloroso del veder bruciati i biscotti alla lavanda che aveva tentato di cucinare all’età di 12 anni.
Arrivo presto con “ilmiomiglioreamico” perché, avendo tra i vari eponimi anche quello vagamente allusivo di “gatta con il culo di piombo”, (che ricordo a chi mi segue da poco, mi è stato graziosamente attribuito da mio padre quando ero un ragazzino solo perché osavo accusare un filo di stanchezza dopo 2 ore consecutive di judo e una di nuoto ma, sulla mia educazione da Sparta ricevuta da fanciullo ne parlerò in un post dedicato) mi rifiuto di stare in piedi sgomitando per una fetta di salame o un bicchiere di vino. Quindi mi piazzo al centro del locale su un divanetto contornato da un’enorme cornice. Serbiamo un Tablo’ vivant che potrebbe intitolarsi tranquillamente “Il trionfo della pigrizia”. Si parte in scioltezza con un gin lemon e un piatto tipicamente estivo. Infatti visto che ieri facevano solo 27 gradi lo scef ha pensato bene di ispirarsi alla leggerezza preparando lasagne al forno con funghi e eliche al gorgonzola e noci, due ricette rubate al cuoco del Rifugio Locatelli delle tre cime del Lavaredo (alt. 1987 mt).
Verso le otto l’ambiente ha iniziato ad animarsi con i tipici ghei della domenica pomeriggio: camicetta, polo o maglioncino di filo, mento che punta verso l’alto, espressione felicemente sorpresa e ridanciana da tin eger del De Merode (n.d.r.: collegio a piazza di Spagna per ricchi rampolli intellettualmente vivaci come un giro di bingo a Trezzano sul Naviglio alle 5 di domenica pomeriggio). Riconosco molti di loro visti il venerdì sera a Mucca seminudi e completamente rintronati. Sabato devono aver avuto una chiamata dal Signore che li ha unti con il crisma dell’innocenza visto che oggi molti di loro hanno un’aria da “papa boi”.
Ma è mentre tracanno un secondo Negroni come fosse un chinotto Neri che mi sintonizzo sulla conversazione tra due ghei vestiti come Fred Perri durante un torneo di tennis agli inizi del secolo e una immancabile frociarola priva di vita propria che, mi auguro in preda ai fumi dell’alcol, parte con una Filippica sull’assenza di sciamapagn sul volo Roma-NY a capodanno, “una cosa intollerabile!” (adoro farmi i cazzi degli altri, è per questo che vado a teatro, mica perché mi piaccia lo spettacolo, ma per ascoltare i commenti, preferibilmente delle vecchie, tra un atto e l’altro, proporrei infatti una petizione per reinserire gli intervalli anche al cinema). Indignato anche io dal disservizio della nostra compagnia di bandiera mi volto verso “la donna senza una vita visto che di domenica pomeriggio invece di andare a rimorchiare i militari fuori dalle caserme va a bere con 2 ricchioni” e le suggerisco di chiedere un’interpellanza all’Onu che sarà ben lieta di sottoscrivere una risoluzione di condanna all’Alitalia, anteponendola in agenda a quella per quei 4 monaci birmani, questa sì che è un’onta che merita una reazione dura e compatta!!
Alle 9, qualcuno del F.L.E. (n.d.r.: la frangia armata del Fronte di Liberazione Eterosessuale) lancia una fialetta puzzolente nel locale che infatti si svuota tranne: la dj (che subisce danni irreparabili al cervello visto che inizia a mettere sta cazzo di Madonna dopo una selezione fantastica di musica alternativa), 2 baristi etero (quindi immuni all’attacco), Eleonora Brigliadori che esce dal bagno con un cicchetto di urinoterapia ed io afflitto sempre dalla culopiombite.
Veniamo alla fine sgombrati dagli agenti del nucleo antiterrorismo ed anche a me tocca uscire fuori dove aspetto da un momento all’altro il passaggio della Processione visto che c’è una folla da venerdì santo a Chieti. Aspetto un po’, sgomito per mettermi davanti visto che sono nano e non vedo, ma non sento nessun coro in lontananza intonare il “Dies Ire” quindi, un po’ deluso, un po’ ubriaco e un po’ stanco decido di mettermi il “miomiglioreamico” sotto il braccio e, sbagliando strada solo quatto, volte riusciamo finalmente a raggiungere la Insymobil.
Un appello a tutti gli esercenti e gestori di locali, se in settima inaugurate qualcosa, anche un’acconciatura nuova, vi prego, contattatemi, sarò ben lieto di presenziare.

venerdì 5 ottobre 2007

SANTA LUCIA, AIUTAMI TU!!


Premetto che: odio il bricolag perché se devo piantare un chiodo come minimo mi crocifiggo come Gesucristo sul Golgota e se devo avvitare una lampadina chiamo l’elettricista (l’ultima volta che ho provato a sostituire una presa è stato la sera della prima notte bianca a Roma, quella del blec aut nazionale, ora ne conoscete la causa).
Stamattina vado per fare benzina. Il solito era chiuso e mi fermo ad un altro. Vedo il ragazzetto con la salopet grigia rigorosamente fregiata di chiazze di grasso e olio e gli dico “5”. Quello mi guarda con un’aria scazzata manco fosse colpa mia se guadagna 200 lire a settimana in un benzinaio sulla Tiburtina e risponde “self service” (verbo, aggettivo, complemento oggetto, tutto sottointeso, come una versione di greco). Io che manco so quante ruote ha un motorino, ci metto 7 minuti per capire che tasto premere e che pompa selezionare. Alzo il sedile, stappo il coperchietto, metto il bocchettone che sembra troppo largo per il buco (il primo che ride a questa immagine è uno sporcaccione!). Premo il manicotto e mi schizza un litro di benzina addosso. Roba da monaco buddista tibetano durante l’invasione cinese. Con la pompa che zampilla preziosissimo carburante, la mano sull’occhio che mi va subito in fiamme e lo sguardo indifferente di quello stronzo del benzinaio, scopro che ho sbagliato buco (oddio, pare una sceneggiatura di Bras sto post): è quello dell'olio. Quindi mollo tutto e corro in un bar. Il barista vede un pazzo correre con il casco ancora in testa, le cuffie nelle orecchie (Gruv Armada fituring la mezza cinese cacciata dalle Sciugabebis, non so il nome della canzone), borsone della palestra e mano sull’occhio che grida “dovecazzostailbagno!!!!!!!”. Lui che non sta li per pagarsi gli studi di ingegneria aerospaziale me lo indica ma mica ci arriva a capire che non ci vedo: “dimmi dove, non vedo!!”.
Entro in bagno bestemmiando i santi dal primo gennaio al 27 marzo e mi faccio una doccia nel lavandino. Torno al motorino e, ‘ste mmerde, manco mi avevano fatto benzina. Fanculo ‘sti cazzo di self servis che ti fanno rischiare di diventare una torcia umana per risparmiare un centesimo a litro (con un pieno ci compri un diadema di Sciopard e t’avanzano pure i soldi per il bigliettino d’auguri da mettere sulla confezione). Quindi con la mano a mo di benda del pirata dei Carabi finisco di mettere il carburante e per sicurezza, aggiungo un barattolo d'olio per diluire quella entrata nella coppa dell’olio. Non c’è niente da fare: non sono fatto per i lavori da lesbica!
Mi sa che un po’ di benzina mi è entrata in circolo. Non so bene che effetto faccia ma mi sento la testa leggera e le gambe tagliate. Ha lo stesso effetto dell’alcol. Stasera all’inaugurazione di MuccaAssassina mi sa che ordino un “senza piombo lemon”.
PS: grazie Massi, ora va meglio!!

giovedì 4 ottobre 2007

L'ISOLA DELLA NOIA (e siamo alla terza settimana)

Dopo 2 settimane di notti insonni cercando di capire chi sia quella disgraziata che rotea nella penombra dello studio come una derviscia all’all’inizio del programma, finalmente mi arriva la soffiata dei soliti ben informati. Si tratta di Janira Maiello, la valletta di Luca Sardella. Sì, quella che aveva due zerbini con su scritto “Uelcam” e “la casa è il posrto dove risiede il cure” al posto delle sopracciglia, che pare essere impazzita dopo la soppressione de “La vecchia Fattoria”. Ora quindi si aggira piroettando per gli studi Rai di Milano e per un blocchetto da 12 di tichet restorant ti fa sto stacchetto tutti i mercoledì sera.
Scoperto l’arcano posso godermi a mente sgombra la terza puntata de L’Isola dei noiosi. Se continua così infatti sostituiscono il programma con il solo secondo della lista dei programmi al papavero ovvero “Progetto Laurea” del programma di telelaurea Nettuno che ora va in onda alle 4 del mattino ma è già pronto per il grande salto alla prima serata.
Anche stasera scendono le scalette il prorompente duo, la risposta al silicone alle gemelle Chesler, le 2 tette della Ventura che però questa volta introducono la vincitrice di “Conduttrice per una notte” la signora Carlotta, una contadina friulana corpulenta e dai capelli biondissimi raccolti in una comoda ed elegantissima cipolla strippata in un vestito rosso fasciante che se non sei la modella anoressica di Nolita rischi la denuncia per porto abusivo di lardo.
Del resto la Svizzera aveva avvertito: o cambiate la Ventura (per la quale, ribadiamo, la richiesta di energia elettrica necessaria per alimentare il giusto gioco di luci per riprenderla ormai stava mandando in tilt il sistema di fornitura) o vi precipitiamo in un medio evo tecnologico con candele e lampade ad olio.

Carlotta sembra la copia spiccicata della Ventura perché pure lei parte co’ sta pippa insopportabile della lotta di classe inesistente “Per la prima volta un vip contro una persona comune”. A questo punto proporrei di togliere dagli annali lo sbarco sulla luna e mettere “L’isola dei famosi” come evento televisivo di tutti i tempi.
Ma passiamo agli ospiti. Direttamente dal Limbo riappare Mara Venier. Chissà perché ero convinto fosse all’estero a condurre la versione bulgara de “La prova del cuoco”. Sarà per questo che la conduttrice le chiede com’è come casalinga. Ma siamo matti? Stiamo parlando di una che fa la spesa a Campo de’ fiori dove una zucchina costa 7 euro che casalinga dovrebbe mai essere?
Dall’ultima spiaggia parte il collegamento con Tiziana che ha due strane bruciature sulle tempie e un po’ di bava rappresa agli angoli della bocca. Lo sguardo è assente e le pupille dilatate. Le deve aver fatto proprio bene questa settimana di solitudine, le tipiche cose che consigliano gli psichiatri per ricongiungersi con il Sè più profondo. Mentre due infermieri le sciolgono le maniche della camicia di forza dice che ha riflettuto molto e non si sente in condizioni fisiche ma soprattutto psicologiche di continuare. Molla il gioco quindi per tornare nella sua gabbia dorata, ma io direi nella cella imbottita.
Per darle il colpo di grazia alla sua ormai fragile mente, chiamano al telefono Chiara, la figlia di 5 anni. La dinamica è la seguente: una donna di 40 anni che chiede alla figlia di 5 se è stata brava. Froid e i sui complessi di Giocasta ed Edipo sono tutti lì nella tomba che si rivoltano.
Rivolgendosi a Carlotta, che anche lei confonde per la Simo, le confessa che la figlia vuole conoscere lei e i suoi figli. Momento di panico. Simo, dà retta a me: mo che ritorna in Italia Tiziana, fai elettrificare il cancello della villa e chiedi con un decreto ministeriale la scorta per te e i bambini, tanto i parlamentari la danno a tutti.
Siamo a soli 15 minuti dall’inizio e già parte la fiera dl trivio tra Carlotta/Ventura e la Venier meglio nota come “madam bon ton”. Partono quindi con velatissime allusioni su Malgioglio e quanto gli piaccia l’uccellino. Roba da film di Natale con Boldi e De Sica.
Ancora Francesco Facchinetti? Ma non l’hanno cacciato? Ma lo vuole sequestrare qualche gruppo di separatisti Onduregni per favore? Fa infatti alcune tra le battute più inefficaci della storia della tv, da questo risulta ovvio che gli autori preferiscono vedere Sreck 2 su canale 5 piuttosto che scrivere due cazzate per il figlio dei Pooh.
Carlotta si rivolge poi a Malgioglio chiedendogli se è assorto. Lui, che è un fine paroliere, quindi conoscitore profondo della lingua italiana risponde “si, sono abbastanza stanco” (come cazzo è possibile che abbia scritto delle canzoni se ha un vocabolario di 50 parole e quelle le pronuncia pure male?!), poi parte con una filippica sul costo del pane, sul fatto che non ce la fa a campare con la pensione minima e che il medico gli ha detto che ha la flebite e non può portare i carrello per la spesa. La replica dell’intervento la settimana prossima a “Mi manda rai 3”.
Malgioglio in pratica è la squò dell’isola: fa la barba ai maschi dell’isola, spazza per terra. Vederlo è la cosa più triste mai vista dopo il funerale in diretta di ledi daiana.
A questo punto mi faccio un giro su Blumber, il canale della finanza internazionale, non ne capisco una ceppa ma è sicuramente più divertente di questa puntata dell’isola.
Ritorno siu rai2 e vedo Malgioglio addentare una cipolla. Pare perché il giorno prima aveva dichiarato di essere così affamato da mangiarne una cruda. Speriamo qualcuno dica: vorrei che ACP venga sbranato da un banco di barracuda. Visto mai lo accontentano. ACP ormai lo si può sentir parlare solo se hai una scatola di Buscopan accanto.
Ed ora, dopo le pachistane ustionate dai mariti con l’acido, le africane infibulate dalle mammane del villaggio, passiamo ad un’altra storia di donne traumatizzate, in collegamento da Madrid dove si è rifugiata per dimenticare ecco la ex moglie del frocio (avete ragione, quest’anno tocca specificare: ACP).
Si vede che lei lo odia ancora perché, chiamata per spezzare una lancia a suo favore, in realtà, lo cazia dicendogli che non fa un cazzo manco sull’isola.
Entra allora in studio la vera Ventura che porta un grazioso cappello a forma di corna di renna e, interessata dall’argomento delle ex, chiede a Cristina come si può restare amici con i propri ex.
La serata delle ex moglie continua con quella di Sandrone il bancario Calimero. Lei ha il fascino discreto di Ledi Cocca del robin Ud della Disnei. Una donna senza collo, senza mento, senza spalle, senza gusto visto che è stata sposata con Cali. Doveva proprio essere un piacere vederli andare in giro a braccetto per la città.
Prima dell’esito del televoto faccio un appello alla madonna: altri 5 anni senza un ragazzo ma che esca ACP. Preferisco morire zitella che vedere ancora quella faccia di culo in tv.
Ma prima, la prova ricompensa. Una specie di percorso di sopravvivenza per boi scaut. Il primo è Claudio, il muratore di Roma (no, sembra, ma non è un personaggio di Pasolini: questo è vero). E’ talmente lento che lo vediamo sorpassato sulla sinistra da bambina sulla sedia a rotelle che clamorosamente riesce a batterlo.
Parte anche la Caprifoglio, il culo più grande di Venezia, che prima rimane impigliata sotto un tronco e poi viene contattata da Cacciari che vedendole il “di dietro” ha l’illuminazione: usare il suo sedere al posto delle dighe del Mose per salvare Venezia dalle inondazioni causate del global uorming (sempre colpa sua anche: il rincaro del greggio, la rivolta in Birmania e il taglio che mi sono fatto sul polpastrello aprendo una scatoletta di tonno).
Poi parte uno che nessuno sa chi sia, forse è il cameraman, però parla strano, con accento straniero (Don Lurio non può essere perché è morto quindi sarà Gherison di Maria De Filippi). In tutto questo si rompe pure la clavicola. Inutile del tutto. Solo pronunciando la parola “inutile” capisco che si tratta del “Figliodibelmondo”. Arriva il medico che in realtà è uno sciamano, sventola una zampa di gallina, gli fa indossare una collana di conchiglie e lo fa sparire in una nuvola di polvere. Ovviamente nessuno si accorge della perdita.
Arriva il responso del televoto e io sono già pronto a prendere i voti di celibato. Suonano alla porta. Apro, è un bono assurdo e mi dice di essere il mio nuovo fidanzato. La madonna non mi ha ascoltato, infatti vince ACP il capibara delle praterie.
Sandro è un signore oltre ad essere identico a Toni Renis. “Non potevo vincere con uno dei pezzi da novanta della tv iteliana”. Ma chi, quello che per apparire 3 minuti in tv si è fatto un fotomontaggio con le gemelle Cappa?
Carlotta a questo punto da la parola alla Ventura perché, essendo questa una giornalista vera, è la sola in grado di montare lo scup del secolo chiedendo del fattaccio Canonico-Villa. A quanto pare lui ha tentato il suicidio allungato una mano alla Villa che, risentita, gli ha però solo spezzato l’avambraccio e lo ha usato come cotton fioc.
I fatti me ne daranno atto. Vince lei. E’ vera, è tanta, è de core.
Si sente in stanza il rumore sordo di due palle che cadono. Guardo in basso, sono le mie. Non ci posso credere: anche stavolta davanti alla votazione al braciere di caldarroste girevole la Ventura rifà alla Trevisan la solita battuta “gira la ruota!”. Vi prego, qualcuno rida perché sennò questa continua fino all’isola dei famosi 12 a dire sta boiata.
Sandrone ritorna in campo e viene portato sull’ultima spiaggia. La ventura prova a spiegargli le regole. Come al solito non si capisce neppure lei. Dietro le quinte c’è bagar, è arrivato Den Brown che pare voglia scriverci un nuovo romanzo intitolato “Il codice Ventura”.
L’intervista con la Salvataggio, la prima naufraga eliminata, è interessante come un reportage sulla filiera produttiva dei cerini Minerva. Entrambe ricevono infatti la nominescion in diretta per “Il 2 palle d’argento” al festival della noia di Canneto d’Abruzzo.
Coco chiude votando Cristiano e Miriana. La nominescion di Cristiano viene giustificata con la solita palla: “è il più forte vincerà sicuramente, per questo lo nomino” che vale quanto dire a Rosolino “ti butto in un fiumi di piragna, tanto sei veloce a nuotare”.

martedì 2 ottobre 2007

VENITE A VIVERE A ROMA, OFFRO IO.


Ieri sera il mio coinquilino invita a cena un suo amico del Trentino che mi dicono essere una regione molto a nord al confine con la Lapponia. Roba di ghiacciai eterni, aria pulita, piumini ad agosto e negozianti che salutano quando entri per acquisti. Insomma: un incubo.
Vive a Roma ma evidentemente ancora non è stato completamente convertito alla “Roman Uei Ov Laiv” dal momento che inizia una solfa sul fatto che, lassù da lui, l’aria è pulita, che le porte di casa sono sempre aperte e che è il posto ideale per ritornare in sintonia con se stessi.
Punti di vista dal momento che se voglio sentire l’odore dei pini mi compro una scatola di Abre Magic, che preferisco la sera dare 4 mandate di chiave, mettere il paletto alla porta e azionare il disco registrato di un rotvailer che abbaia incazzato come gli avessero messo un peperoncino nel culo ma mi sento più sicuro che a vivere in una casetta di legno nel paesino di Cogne e se voglio ritrovare la pace con me stesso mi faccio una tisana al tiglio e mi ascolto il cd “Il canto delle balene” della collana “Le voci della natura”.
Insomma io a Roma ci sto proprio bene. Sarà che ci sono nato ed è facile muovermi quanto un Tupa Camaru nelle foreste vergini tra coccodrilli, insetti velenosi e boa costrictor.
Roma dà tanto e chiede tanto ma è un buon compromesso. Qui tutto è diverso e relativo, a cominciare dagli orari. A Roma non si dice “ci vediamo alle” ma “ci vediamo verso” perché a meno che non sei stato morso da un ragno mutante ed inizi a sparare ragnatele dai polsi ti trovi imbottigliato in un traffico da vittoria dei mondiali di calcio.
In nessun’altra città trovi scritto sul ponte di un cavalcavia con uno sprai rosso fuoco: AMO COSTANZA MA SENZA SPERANZA!! e sul muro di un palazzo poco distante: MARIA, SEI UNA ZZOCCOLA DEMMERDA!!.
Londra avrà pure Arrods, Parigi La Faiet e NY Blumindei ma non sono niente in confronto a MAS, i magazzini in via dello Statuto, 4 piani dove trovi di tutto, dalle gavette dei militarli, alle pellicce di astrakan all’arma del delitto di Garlasco ai cliscé per stampare dollari falsi. Dove le commesse si chiamano solo Gessica, Tamara e Cinzia, truccate con i pennarelli a punta larga della Carioca le quali, se gli chiedi dove sono i calzini ti rispondono “e che cazzo ne so…”. L’unico grande magazzino dove al reparto di biancheria intima ci trovi solo donnoni alti 2 metri, con tette turgide come sfere dal lancio del peso e che a Baia le madri li chiamano ancora Fernando o Julio.
Roma è la città dove si vive per strada, che ti tira fuori casa con la sua bellezza prepotente e che non ti lascia rientrare, neppure di notte, soprattutto se non hai mezzi tuoi. Perché se per caso ti si ferma la macchina nel fine settimana, dopo mezzanotte, tanto vale cambiare residenza e sostituirla con l’indirizzo dove ti trovi. I taxi a quell’ora sono figure di pura fantasia come il liocorno o la Bellucci che dice di essere un’attrice. I mezzi pubblici escono solo se si sta girando un film e il regista vuole una scena in cui la protagonista guarda con occhi lucidi fuori dal finestrino di un tram davanti ad una Roma notturna.
Adoro Roma perché è l’unica grande metropoli italiana dove si mischiano culture, odori, ma soprattutto puzze, di tutto il mondo. Passeggiare al mercato dell’Esquilino equivale ad un tuor con Avventure nel mondo. Indiani, cingalesi, marocchini, calabresi, tutti mischiati insieme in un orgia odorosa d’aglio, cumino e ‘nduja.
Solo a Roma puoi telefonare ad un ristorante chiedendo di prenotare per 7 e sentirti rispondere: “va bene, la prenotazione è fatta ma non so se alle 9, 30 trovate libero. Voi venite poi se c’è da aspettare 20, 25, 30 minuti vi fumate una sigaretta (una? Un pacchetto!) o vi fate un giro (testimonianza reale)”.
E’ questa la città dove è mejo “mejo” che “meglio” dove le signore portano le borze al braccio e dove la noia viene più esattamente descritta come gran rottura de cojoni.
Adoro Roma e i suoi quartieri. Le adolescenti di Prati che sembrano appena uscite dalla pubblicità di Madmuasel Coco, con i loro capelli castani liscissimi e le labbra rosa come germogli di rosa e quelle della Tuscolana con i gins falsi di Gucci a vita bassissima, un top strippato di “Corona” e in mezzo 25 chili di sovrappeso , sempre con la gomma in bocca e quell’incedere inconfondibile da lottatrice di Wrestling.
Insomma, saranno “all’immagine” le serate all’Ollivud di Milano, saranno limpidi i celi del Trentino e buone le friselle di Lecce ma io, mica mi ci vedrei tanto lontano da qui.