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venerdì 23 maggio 2008

NUOVE DA NUOVA YORK, gli aggiornamenti continuano...

Saluti da Nuova York, come diceva quell'inviato rai negli anni '60.
Di volta in volta integrerò impressioni e commenti sulla gita fuori porta. per ora guardate come sono subito entrato in confidenza con l'alta finanza americana.

Rovistando nei rifiuti si capisce molto delle persone che abitano una città.


Stamani, di ritorno da Alegria. Una festicciola tra intimi. insomma una serata di musica, magia e 5000 finocchi infoiati.


Una considerazione brevissima sulla forma fisica dei Nuiorchesi: qui sono tutti pompati. Sembra di vivere in uno dei fumetti della Marvel dove uomini, donne e bambini hanno comunque il bicipite tonico. Ho visto ieri uno tipo sulla sedia rotelle muscoloso quanto il dottor Xavier degli X men. Forse è l’effetto dell’acqua di fiume.


Promemoria per me: la prossima volta che qualcuno mi invita ad una lezione di danza, rispondi: “no grazie, piuttosto vado al molo con le mie amiche lesbiche a trainare le chiatte in porto”.
Ieri il mio amico ed io veniamo invitati da Serena, una nostra nuova miglior amica italiana, come lo può essere una di Cuneo e che vive a NI da anni, a seguire una lezione di un suo amico coreografo all’Equinocs, una palestra nel villag dove anche le bottigliette d’acqua nei frigoriferi dei bar sono finocchie.
Dato che in america non avevo prevista la possibilità di andare a fare provini per Corus Lain, ho lasciato a roma i completini di Dimensione Danza per cui mi sono presentato alla lezione vestito più o meno come Gigi la trottola.
A parte che in quella palestra ho iniziato a sudare prima ancora di fare un passo di danza. Infatti non è vero che, come ci diceva Serena, in quella palestra sono tutti molto belli, molti di loro infatti sono incredibilmente belli.
Insomma entriamo in sala.
Calvin, il coreografo, una via di mezzo tra Li roi Gionson e un generale delle SS, ci mostra i primi passi. Ora non è tanto la difficoltà di seguire i passi, né di mantenere il ritmo con la musica che pistava a soli 12000/ottavi (per fortuna li vicino c’era l’ospedale con un ottimo centro anti infarto e ho fatto l’estensione dell’assicurazione), no, ad aggravare la situazione, dopo 5 minuti entra uno studente che ha, casualmente le fattezze dell’uomo della mia vita. Serena ce lo presenta e io assumo quell’espressione di imbarazzo mista a brama che nell’insieme risulta solitamente attraente come un pugno in un occhio.
Alla fine della lezione mi riprometto di seguirlo, qualche cosa da dire la troverò. Finita la tortura a passo di danza, faccio per andarmene quando Calvin, al quale siamo evidentemente molto simpatici, mi dice “non ti azzardare a mettere quel culo bianco fuori dalla porta! Ora c’è la lezione di addominali e dio solo sa se ti serve (insomma non so se sia esattamente quello che mi ha bestemmiato appresso, ma il senso credo fosse quello). Quindi addio bel biondino.
Ma, qui,al di la dell’oceano, il dio dei ghei è dalla mia parte! E dopo avermi fatto fare un po’ di sciopping davvero conveniente, ha deciso di benedirmi ancora. Ieri sera andiamo in un locale, solita piantagione di boni a perdita d’occhio. Io mi faccio largo con la sedia a rotella dal momento che dopo la lezione mi sento come se una lesbica mi avesse parcheggiato il tir sulla schiena. Mi faccio avanti strillando “e che cazzo, un po’ di rispetto per gli storpi”, quando, eccolo li! Il biondino! Capisco che è un segno divino e lo vado a salutare. Stranamente non mi dice “chicazzosei?!!” come solitamente sono abituato a sentirmi dire nel bel paese. Dopo 3 battute: nome, di dove sei, ti è piaciuta la lezione, scappo via dato che la musica è alta come quella dei concerti di Vasco a San Siro e non sento un cazzo oltre al fatto il mio inglese arriva al massimo a “de cat is on de teibol” (quindi vorrei evitare di passare altro tempo chiedendo in continuazione “uot? Sorri i cant andestend…”).
Vabbè taglio corto. Dopo un po’ torna da me e, che ci crediate o no, attacca la manfrina che sogno da sempre di sentirmi dire: “sei carino, oggi ti vedevo a lezione, dammi il numero e bla bla bla” (giuro che ha detto così, l’ho confrontato nel frasario edito dalla Sonzogno: “100 frasi ad effetto per rimorchiare una finocchia italiana in America”).
Mo io una mail gliel’ho mandata. Il mio l’ho fatto. Vediamo che succede.



ormai ho le gambe 3 cm più corte. a forza di camminare mi si sono consumate e visto che sono alto come una bottiglietta di chinotto Neri, la cosa non mi fa molto piacere.
Stasera, si va tutti a vedere Secs end de siti. Chissà se ci saranno dei ghei...
Per la cronaca, ieri ho incontrato per caso Patric Ching, il regista del film che per essere brutto, non lo è affatto, considerando poi che grazie a sto filmaccio di 'ste quattro strappone sui tacchi a spillo ormai e diventato ricco come il sultano del brunei, io un tentativo d'abbordaggio l'avrei fatto (certo che ha le chiappe chiacchierata! Mica ha diretto Apocalips Nau!!).
Breve aggiornamneto sul Biondino. Mi ha ripsosto. ci vediamo domani sera. dice di vederci da lui perchè ci sono dei locali molto carini. ora non ho capito se dorme davanti alla cassa di un bar o è solo un'allusione anche poco elegante della serie: "ok, io abito proprio dietro l'angolo, che ne dici di giocare a "Cerca l'anello che mi è caduto per caso nelle mutande", di cui per altro io detengo ancora la carica di campione rionale.

Insomma ieri sera ho avuto una viione di cosa possa essere l'inferno per me. Sono andato all'anteprima di Secs end de Siti: apparte me, Justis, i nostri ospiti e 6 loro amici, la sala era completamente occupata da femmine! Altro che girone dell'inferno. Ovviamente cesse di vario taglio convinte che basta mettersi un tacco e 4 colpi di sole per diventare come Cherri.


Stamattina il dio dei ghei mi ha punito ancora. Rra due ore mi vedo con Biondino e oggi, al miuo risveglio, mi sono ritrovato due erpes grossi come nespole sulle labra.
Sono disperato. Spero che il bar dove ci siamo dati appuntamento sia illuminato come una grotta altrimenti mi toccherà parlare di tre quarti come una diva dei film anni 30".


Vabbè, archiviato l'ennesimo buco nell'acqua, stasera ci si butta a teatro: uicched. in pratica l'antefatto del mago di oz, quando le streghe dell'est e dell'ovest erano ancora amiche e si volevano bene. l'alternativa sarebbe stata Amleto a sentral parc ma, come dire, tra la rivalità tra 2 streghe e un depresso danese che se ne va in giro in calzamaglia giocando a buling con un teschio, la scelta è stata semplice.

TRA LE NUVOLE.


Io a Niu Iorc ci resto a vivere. E lo dico prima ancora di averci messo piede dal momento che abbiamo appena ora superato la Groenlandia e sono talmente stanco che piuttosto che riaffrontare un viaggio così lungo al ritorno, mi metto a vendere ot dog vivendo come un clandestino messicano perennemente in fuga da quelli dell’ufficio immigrazione.
Mi sono fatto bene i conti: in tutto sono 20 ore che sto viaggiando e, giuro, in America non ci sto arrivando a piedi.
Come già detto nel post precedente, sono partito da molto lontano. Causa nozze in Abruzzo di mia cugina dove, dopo anni di assenza dalle classifiche è riapparso il brano “Ma tu, è ora che ti sposi!” (cantata da I Parenti di Insy e che da oggi trovate anche sulla compilescion “Ma allora siete di coccio Sammer It 2008”, già in vendita in tutti gli autogril della Roma-L’Aquila), stamattina ho preso la corriera alle 7, 30 che da li, mi ha portato fino a Fiumicino. Essendo il solo collegamento e avendo solo quella corsa mattutina, ho dovuto accettare di arrivare con un pizzico d’anticipo in aeroporto rispetto all’imbarco bagagli tanto che, appena entrato ho trovato gente fare trenini, cantando Caro Ciarli Braun, bevendo spumante e inneggiando all’arrivo del 2005.
E’ proprio mentre ballavo Uai M Si E con i poliziotti e gli addetti alla manutenzione dell’aeroporto (loro il costume lo avevano già, io ho dovuto improvvisarne uno da indiano con un paio di stracci di daino usato dalle donne delle pulizie per pulire i vetri che però, addosso a me, mi conferivano piuttosto l’aspetto di una sqò) è arrivata Giastis, il mio fedele compagno di viaggio. Ovviamente questo è uno pseudonimo visto che come i supereroi, i malavitosi e i ricchioni, conduce una doppia vita: di giorno stimato principe del foro, di sera versione barese di Britni Spirs, da cui il suo motto: Se Britni teness nu stacc di cosc, sarebbe una piccola Giastis.
Ritornando insomma al viaggio sono ormai alla diciassettesima ora e ne mancano ancora tre. Non ho chiuso occhio. Sono in riserva energetica come uno di quei concorrenti delle maratone di ballo che nell’america depressa degli anni 30 gareggiavano a maratone di ballo, per giorni, pur di vincere qualche soldo e che hanno ispirato il film “Non si uccidono così anche i cavalli?”. In tutto questo, mi trascino un bagaglio a mano così pesante che se dal centro dell’aereo dove sono lo portassi con me in bagno sbilancerei così tanto il 747 da fargli fare un numero da fiamme tricolori.
Come non bastasse, a bordo ci sono solo ultraottantenni mandati in viaggio dagli eredi con la speranza che dove non può la natura possa la pressurizzazione e le ore di viaggio. E’ pur vero che, anche ci fosse la nazionale australiana di pallanuoto, ho un aspetto tale che mi scambierebbero per una strana forma di mucillagine da piscina e chiamerebbero la manutenzione per farmi raccogliere con il retino per essere buttato al secchio.
In tutto questo, ormai la mia volontà è talmente fiaccata dalla stanchezza che se all’arrivo la polizia mi dovesse chiedere di confessare l’appartenenza ad Al Cheda, pena rimbarcarmi per un altro volo, fosse anche solo di 15 minuti, sarei capace di rilanciare attribuendomi anche altre nefandezze come strage degli innocenti di Erode e alla scelta della Garfagna come ministro.

lunedì 19 maggio 2008

VIAGGIO A NUOVA IORC. FATTORE DI DIFFICOLTA': 10


Programmare i viaggi calcolando per tempo quali ponti sfruttare evitando scaltramente problemi di lavoro e altri eventi improvvisi è davvero un talento e di questo, insieme a quello di fare un minimo di selezione nei mie rimorchi, ne sono del tutto privo.
Per una volta però ho provato ad organizzarmi le vacanze con un certo anticipo. Vabbè diciamo pure che quando ho comprato il biglietto aereo l’ho pagato in lire ma come dice un mio amico “programmare le cose anticipatamente previene performans scadenti”.
Ma potevo io mai immaginare che il 21 maggio si sposasse mia cugina quando devo partire il 22? E poi anche lei, ma può avvisarmi dell’matrimonio solo 8 mesi prima?
Fossero coincise le date avrei almeno avuto la scusa buona per non andare al matrimonio, ma che vengano uno dopo l’altro è la cosa peggiore che mi potesse capitare.
Come per la ginnastica ritmica 8il solito riferimento maschilissimo), il punteggio aumenta in virtù del coefficiente di difficoltà e qui stiamo a livelli iperuranici.
Infatti mia cugina si sposa in una città dell’Abruzzo ignorata dagli atlanti geografici e dalle ferrovie dello stato. Il solo mezzo di collegamento sono le corriere e la macchina di mio fratello.
La cerimonia è stata piazzata strategicamente la sera del 22 in modo tale da restare in ostaggio per la notte e mio fratello spinto dall’ancestrale solidarietà di sangue ha detto che il 23 mattina col cazzo si sveglia all’alba (in realtà sarebbero le 9 ma lui ignora il fatto che esista un tempo precedente al quello segnato dalla sveglia con il numero 12) quindi mercoledì mi devo incollare fino in Abruzzo la valigia con dentro il necessario per 2 settimane fuori casa e, se si fa un rapido conto di 2 cambi per 14 giorni, mutante e scarpe comprese si capisce perché all’aeroporto il solo motivo per cui non verrò scambiato per Imelda Marcos è perché io sono ancora a piede libero.
La sera il banchetto presenterà un coefficiente di difficoltà 7 visto che da quelle parti l’aggettivo “abbondante” riferito al cibo viene visto come sminuente. E io a Niu Iorc farcito come una faraona non ci vado, piuttosto dirotto l’aereo e mi vado a schiantare sulla copertura dell’Ara Pacis di Roma così Alemanno sarà costretto a pensare ai veri problemi della Capitale.
Quindi, già prevedo lo scenario: io per non mangiare compenserò lo stesso apporto calorico in alcol finendo tramortito in bagno a vomitare anche i globuli del sangue. Per questo, dormirò poco e male, svegliandomi il giorno dopo con un pesante istinto suicida e un alito da distilleria clandestina di uischi.
A questo punto il coefficiente schizza alle stelle perché mio padre, nella sua infinita bontà (pensate, mi accompagna addirittura alla stazione dopo aver detto, non senza una punta di insofferenza: “vabbè, dai ti ci accompagno io a prendere la corriera così non devi andarci a piedi”) mi ha trovato un pulman che non solo mi riporta in quella parte d’Italia dove se vedono un treno non si fanno il segno della croce ma che va direttamente all’aeroporto di Fiumicino. Ce n’è solo uno al giorno e per far arrivare i deportati belli freschi al loro volo, parte alle 7,15 del mattino il che significa sveglia alle 5,45 o 6,15 nel caso rinunciassi al minimo sindacale di igiene (è pur vero che dopo la serata alcolica mi basterebbe darmi un colpo d’alito addosso per neutralizzare tutti i germi del corpo).
I chilometri totali sono circa 220 e il tempo di viaggio sono 4 ore. Un mulo ben allenato ce ne metterebbe meno con il vantaggio che se devi far pipì almeno questo si ferma perché al contrario la corriera è una specie di vagone piombato che non frena neppure se investe uno storpio in carrozzella sulle strisce pedonali.
Recuperare il sonno a bordo? Avete mai fatto un viaggio in corriera? Il sedile è comodo come una sedia elettrica, con la sola differenza che quella ti da un colpo di corrente e il supplizio finisce, qui invece sono 4 ore di tortura costante.
Alla fine arriverò all’aeroporto con solo 3 ore e mezzo di anticipo, fresco come il viso di una cubista alle 6 del mattino, vagando con il carrello carico per più di un’ora prima di poter smollare i bagagli al cec in.
Ma non vorrei tirarmela da solo dato che il destino ha già fatto abbastanza. Conferme alla previsione apocalittica però le avrò solo tra 3 giorni. Ad ogni modo vi terrò aggiornati anche perché non dimentichiamo che mi aspetta uno scalo a Parigi, un’attesa di 2 ore e poi il salto oceanico. Spero davvero che le ambulanze americane siano così comode come sembrano essere in I.R.

martedì 4 dicembre 2007

IL BELLO DI UN VIAGGIO NON E’ LA DESTINAZIONE MA IL TRAGITTO.



Ho deciso cosa farmi regalare tra pochi giorni per il mio compleanno: una seduta spiritica per parlare con Torpalock, ovvero quello che la zingara di Piazza del Popolo, qualche anno fa, mi rivelò essere il mio spirito guida (sotto compenso di 5 euro).
Devo assolutamente chiedergli io nella vita precedente chi ero.
In ballottaggio abbiamo:
1) un negriero spagnolo che sterminò un intero villaggio africano gettandolo dalla nave durante la tradotta in America per alleggerire l’imbarcazione durante una tempesta;
2) Erode, per il ben noto fattaccio della “Strage degli innocenti”;
3) L’inventore della ceretta a caldo per le sofferenze inflitte a milioni di inguini femminili ogni anno.
Perché altrimenti il mio carma, nonostante le porcherie commesse in questa vita da me medesimo, non giustificherebbe tanta sfortuna.
Venerdì mattina arrivo con i miei amici all’aeroporto per prendere un volo diretto a Stoccolma che, in questo periodo, da il meglio di sé: temperatura oscillante tra i -12° e i -45°, con il sole che tramonta alle 2 e mezza e un’umidità da acquario dei pesci rossi.
Sapevamo che ci sarebbe stato lo sciopero quel giorno ma sarebbe dovuto cominciare un’ora dopo la nostra partenza, per questo eravamo già pronti a fare pernacchie mettendo il braccio a manico d’ombrello a tutti quelli che avrebbero visti cancellati i loro voli gridando sguaiatamente: “viaggiatori!!”, seguito da un elegantissimo pernacchione. E, invece, come Alberatone Sordi nei Vitelloni, alla fine c’è toccata la stessa sorte.
L’altoparlante ci comunica che, invece di dare la sola solo ai passeggeri dei voli che partono dalle 11 in poi, è segno di maggior democrazia cancellare anche quelli precedenti. Neppure ci avessero comunicato che la nazionale di Regbi Italiana l’avrebbe dato solo ai primi 7 che avessero raggiunto il banco informazioni, abbattiamo i record dei 200 metri di Liuis dell’ ’84 precipitandoci al banco delle informazioni per sapere per quale motivo fossero stati cancellati tutti i voli. Lì ho avuto la conferma: quando una compagnia aerea vuole fare tagli sul personale costringendo gli impiegati a licenziarsi o, come in questo caso, ad abbandonare il posto di lavoro con un teatrale suicidio lanciandosi nella turbina in azione di un 747, lo mettono al servizio informazioni durante i giorni di sciopero. Ma, poco prima del suo gesto estremo, l’impiegata della Raianer fa di tutto per trovarci una soluzione visto che avevamo deciso che noi, comunque, in Svezia ci dovevamo andare.
Da lì, il delirio di tragitti alternativi per aggirare il blocco degli scioperi. Ad eccezione del risciò a pedali e del carretto siciliano trainato da una coppia di poni, per il resto le abbiamo provate tutte. Alla fine le alternative erano: un Roma/Liverpul/Stoccolma con una sosta comoda di 10 ore nel aeroporto che, per varietà di negozi e possibilità di svaghi, è secondo solo a quello di Noril'sk, attracco dismesso dell’esercito sovietico nella regione settentrionale della Siberia, per poi ripartire in serata;
un Roma/Pisa/Stoccolma che avremmo potuto raggiungere in macchina in poco tempo (ipotesi poi sfumata a causa della sparizione della destinazione dal terminale della futura suicida che ormai, con un filo di voce e dandosi dei colpi alla testa con la cornetta del telefono, ci dice: “non capisco, Pisa era qui fino a un secondo fa!”, per cui non si è capito bene se Pisa sia stata risucchiata dalle viscere della terra o cosa);
Roma/Treviso/Stoccolma.
A quel puntolo sono rassegnato: inventerò di esserci stato lo stesso, mi leggo la guida di Stoccolma, e, se mi ci metto d’impegno, tra fotosciop e immagini scaricate da internet riesco anche a testimoniare il viaggio con degli scatti di me che insegno la tarantella a Victoria, l’erede al trono di Svezia, dandole delle pacche sul culo.
A quel punto, non so quale dei miei compagni di viaggio se ne esce con un’idea degna del reportag di punta del numero di gennaio di Nescional Geografic: “Beh, prendiamo una macchina in affitto, andiamo a Treviso e partiamo da lì”. Io ora di Treviso, so solo che sta a nord ma per me nord è anche Viterbo quindi non mi è subito chiaro dove sia e, sulla scia dell’entusiasmo (o più precisamente isteria collettiva) decidiamo di noleggiare una macchina e partire. Di minivan non se ne parla neppure, all’aeroporto la più spaziosa che ci possono dare è una Opel Zafira che ti vendono come omologata per 7 ma appena ce la danno salta subito all’occhio che questi 7 devono essere i nani di Biancaneve.
Essendo io e il mio amico “costumista quasi affermato” i più bassi del gruppo (primato conteso con metro alla mano e vinto per una manciata di millimetri con un altro amico), ci caricano dietro in uno spazio comodo come una vaschetta per fragole (Ballarò ha cambiato in corso d’opera una puntata dedicata alle condizioni disumane di viaggio in gommone dei profughi nordafricani verso la Sicilia con il nostro verso Treviso). Solo dopo essermi svitato le ginocchia ed essermele messe in bocca, partiamo. Dopo pochi metri un altro amico svolge la cartina stradale e, neppure ci avessi letto sopra la mia data di morte, mi prende un colpo quando scopro che Treviso è più a nord di Viterbo, più a nord di Firenze, più a nord di Bologna. Quando vedo il suo dito andare ancora più su, perdo i sensi e mi riprendo solo all’autogrill di Signe dove vengo fatto rinvenire annusando un Ortolana condita con aceto e smalto solvente per vernici.
Alle 23, finalmente tocchiamo il tropicale suolo svedese, solo 8 dopo il nostro previsto atterraggio.
L’aeroporto è quello di Svanska, una multiproprietà che la Raianer condivide con gli elfi assistenti di babbo Natale e, visto che non abbiamo ormai più neppure l’energia di svitare il tappo di una bottiglietta d’acqua, chiamiamo un taxi per evitare il letale tragitto in pulman fino a Stoccolma, a più di un ora da lì.
Arriva il tassista che ci carica sul minivan, destinazione Hotel Clarion. Dopo neppure 15 minuti di tragitto nel buio più totale visto che degli studi scientifici hanno appurato che la luce dei lampioni stressa gli alberi di betulla ingiallendone le foglie (questa è gente che si fa incatenare ai fusti d’albero per evitare che diventino delle mensole di Ikea) iniziamo a vedere che l’autista ci sta portando esattamente all’opposto rispetto alle indicazioni per Stoccolma. Nessuno di noi fiata visto che immaginiamo sappia quello che sta facendo anche se io gia mi vedo come un protagonista di “Ostel” mentre vengo seviziato da qualche ricco allevatore di renne in una fabbrica dimessa di slitte.
Alla fine avviene quello che neppure l’autore più sadico di “Scherzi a parte” potrebbe inventare: parcheggia sì davanti al Clarion Otel ma quello di Regenvart (o come cazzo si scrive), un paesino con solo 4 case e un negozio di armi e cappi in corda disperso nel nulla e il cui unico edificio era appunto l’albergo. Ora, dimmi che eravamo troppo tramortiti per cantare YMCA con la coreografia olimpionica durante il tragitto, dimmi che al buio non si vedeva il trucco sul viso de “La coppia da operetta” (due miei amici fidanzati e ultime spiagge sentimentali reciproche) intitolata da loro “Notti scandinave”, dimmi pure che per gli svedesi etero, ghei, bisessuali, cacciatori di renne o pervertiti vari sono tutti uguali, ma mi spieghi cosa ci dovrebbero fare 8 ricchioni italiani in un paese di 45 abitanti e con un tasso di suicidio annuale del 45%?
Risolta quindi l’incomprensione, il tassinaro ci porta finalmente a Stoccolma, davanti il “nostro” Calrion Otel, ma non senza prima essersi perso altri 20 minuti sulla tangenziale sotterranea della città, dal momento che, il navigatore satellitare, in quel momento, stava evidentemente trasmettendo l’episodio finale della quarta serie dei Teletabbis.
Comunque il viaggio è andato bene.

martedì 20 novembre 2007

DESTINAZIONE: ASGAR, LA TERRA DEI GHIACCI.


Su di me le parole saldo e ribasso, hanno un effetto fascinatorio così potente che se me la dessero scontata la comprerei io la salma mummificata di Lienin mettendola magari in corridoio come appendi abiti. E’ più forte di me, l’idea di un affare è irresistibile come per una zanzara è la graticola aultravioletti e, come lei, finisco quasi sempre per restarne bruciato.
Quindi questo più che un post è un testamento visto che, l’ultimo colpo gobbo, temo rappresenterà la mia nemesi: Roma-Stoccolma, andata e ritorno, tasse incluse: 70 Euro.
Incitato da una coppia di amici che avevano comprato il biglietto aereo qualche giorno prima, anche io non ci metto più di 5 minuti per acquistare il volo trascinando con me anche ilmiomiglioramico.
Certo che però è davvero strano, mi sono detto, ci sono un sacco di biglietti disponibile e tutti a così poco. Avendolo comprato con un certo anticipo (per intenderci, l’ho pagato in lire) non mi sono minimamente reso conto di alcune cosette sulla Svezia che, considerate per tempo, mi avrebbero fatto desistere dal viaggio. Primo: la Svezia è a nord, ma non il nord profondo che intendo io come Milano o Torino, il nord siderale, quello per trovare il quale occorre un’estensione del planisfero. Seconda considerazione: il biglietto costò 2 lire e mezza anche perché l’aeroporto d’arrivo è praticamente a Viterbo, da li ci sono altre 2 ore di pulman per raggiungere Stoccolma. Terza: il freddo che fa a dicembre da quelle parti è lo stesso che ha fatto estinguere i dinosauri 6 milioni di anni fa. Ultima e, direi, letale considerazione: il volo di ritorno è alle 7 del mattino il che significa arrivare in aeroporto alle 5, 30 il che significa partire da Stoccolma alle 3, 30 il che significa che, i crisantemi da portarmi sulla lastra di ghiaccio che comporrà la mia bara dovranno essere immersi nel fluido anti gelo che si mette nei motori delle macchine.
Io davvero mi chiedo come mi sia venuto in mente. Io che alle basse temperature mi trovo a mio agio come Rosi Bindi a Miss Italia.
Ma, alla fine, lo so, ancora una volta a fregarmi sono stati gli uomini. Tutti quelli che sono stati in Svezia mi fanno racconti meravigliosi di uomini bellissimi e disinibiti e io, come un calabrese qualsiasi degli anni 60 che va a Riccione per rimorchiare le bionde scandinave ci sono cascato con l’aggravante che non ho aspettato calassero loro in Italia alla ricerca di un po’ di tepore sulle nostre coste, no, vado io direttamente da loro e mica in estate, (non sia mai aspettare) in inverno quando tra giubbotti a figura intera impenetrabili come un sarcofago, le tormente di neve e il fatto che alle tre fa già buio, mi chiedo come diavolo farò a vederli ‘sti biondi dei del Valalla!?
Ma ormai la frittata è fatta quindi in settimana io e il manipolo di disgraziati coinvolti in questa avventura al polo, guidati dallo spirito di Umberto Nobile, (ndr: un docente di costruzioni napoletano dell’inizio del secolo scorso con un senso d’orientamento talmente scarso da finire al polo nord giustificando questo suo deficit come invece una volontaria propensione per le scoperte geografiche) andremo alla caccia di calzettoni in lana, calzamaglia in eternit, sì cancerogena ma estremamente isolante, stivali inguinali con interno in pelle di montone in grado di esalare un fetore letale al momento della dismessa, una crema corpo a base di grasso di foca e una cassa di vodka da discaunt che ha lo stesso dosaggio calorico della Diavolina per barbechiù con in più il dono di stordirti come t’avesse travolto da una mandria di alci.
I miei compagni di spedizione cercano di rabbonirmi dicendomi che ci saranno per allora un sacco di mercatini di Natale per comprare deliziosi addobbi, io che l’anno scorso ho comprato un albero di plastica di 70 cm alla GS sotto casa il 24 e le palle “20 a 5 Euro” (altro affarone irresistibile) dai Cinesi, roba che le renne di Babbo Natale le scorse festività hanno incrociato gli zoccoli per 48 ore in segno di protesta imponendo al panzone di non avvicinarsi a più di 500 metri da casa mia.
Ad ogni modo comunque, visto che, si sa, gli opposti si attraggono, ho smesso già da una settimana di depilarmi il tratto che separa le sopracciglia cosicché adesso al loro posto ho una specie di fascetta antisudore da tennista in puro pelo color marmotta, mi sto sottoponendo a lunghe sessioni di lampade abbronzanti fatte da un centro estetico abusivo tenuto da ucraini che utilizza solo uranio comprato di contrabbando dai vecchi arsenali atomici dell’ex URSS e sto facendo un corso di marranzanu (o scacciapensieri) siciliano per dare quel tocco di mediterraneità in grado di scaldare i cuori dei biondi teutonici perché non posso nascondere una mia predilezione per il capello biondo, l’occhio chiaro e il metro e ottantacinque quindi, visto che ormai il viaggio l’ho comprato, io mi porto le valigie per restare e, semmai dovessi trovare l’amore della mia vita vorrà dire che resterò a Stoccolma e, una volta lì, posso sempre svoltare aprendo la pizzeria al taglio: “Da Insy, specialità dal profondo sud”.

lunedì 15 ottobre 2007

NELLA LA TERRA DEL PANETTONE


Meno male arrivo a Termini con 40 minuti d’anticipo. La carrozza numero 10 è talmente in testa al convoglio che quando monto vedo già la cupola del Duomo di Firenze.
Salgo e davanti a me si accomoda una finocchietto di 20 anni, che peserà un paio di chili in meno della modella di Nolita, con il colletto della polo alzata (che è la cosa che in assoluto mi fa andare il sangue al cervello) e una borsa ricoperta di spillette (la seconda cosa che mi fa andare in assoluto il sangue al cervello) lo trovo talmente insopportabile con quella sua aria da modella nana che quando smetto di ciancicare la gomma lo prendo per un orecchio, lo uso per incartarla e lo lancio dal treno in corsa.
Appena vedo il cartello Milano Centrale il pensiero mi riporta all’ultima volta che venni. Fui cannato 4 a 0 (modo di dire dello sleng romanaccio che significa “essere scaricato”, lo uso perché insieme a “sghicio” e “tozzo” sto cercando di far tornare in voga tutti i termini che andavano durante la mia adolescenza) da un ragazzo che mi piaceva molto per sms mentre ero lì per lavoro. A dire il vero, anche parecchi anni prima il mio ragazzo storico mi aveva cannato 4 a 0 mentre ero a Milano. Per fortuna ho con me un polletto che sgozzo immediatamente e appronto un rito vudù contro la sfiga (non sono fidanzato ma non si sa mai).
Il treno porta 10 minuti di ritardo a causa del traffico ai caselli in entrata a Milano ma va bene così visto che il mio cavaliere mi chiama avvertendomi che è ancora in moto.
Scendo e cerco subito di catturare le differenze tra Roma e Milano. Mi colpisce il raccoglitore di rifiuti differenziati. A Roma ce ne sono ma diversificano solo 2 categorie: rifiuti da buttare nel secchio e quelli da buttare a terra.
La stazione è sempre bella, ricorda il palazzo del governo Cileno dopo il bombardamento del colpo di stato del 1973.
Mi viene a prendere il mio amico con la lambretta (altro termine che intendo riportare di moda per intendere “scuter”), ha i pantaloni a sigaretta e io con i miei levis oversaiz capisco che devo assolutamente adeguarmi. Se lo mette lui che vive nella capitale della moda vuol dire che tra 6 mesi andranno di modissima anche da noi al sud quindi lo costringo subito a portarmi da H&M dove catturo 4 paia di leggins in fantastici colori moda. Ne indosso uno: ora sembro proprio un autoctono.
Passiamo 20 minuti cercando di caricare una borsa grande come un furgoncino per traslochi. Sono uno insicuro (Insy, mica a caso) e indeciso quindi, nel dubbio, anche per due giorni, porto l’equivalente di un viaggio di 80 in giro per il mondo, questa volta però non ho portato la moka (pare che ora anche a Milano la usino) e il frasario della Zanichelli “Farsi capire a Milano” (il mio amico mi farà da traduttore).
La sera ci buttiamo subito nel rutilante e scoppiettante giro degli aperitivi milanesi e nel giro di 4 ore riesco ad ubriacarmi di Margarita forse anche perché, per comodità, avevo deciso di farmene riempire un’autocisterna con una cannuccia al posto del bocchettone e farmi seguire per la città.
Tra un bar e l’altro mi ritrovo in un locale che pare essere uno dei più sghici della città (lo vedi? È un aggettivo paspartu che merita troppo la riesumazione!). la clientela è formata da “la meglio gioventù milanese” anche se però, c’avranno anche le cifre di Gucci impresse a fuoco sul quarto posteriore ma, mortacci, quanto sgomitano al buffè. Alla fine mi ritrovo a litigarmi l’ultima aletta di pollo con una che sembrava una supergriffata ma che s’era riempita il piatto manco le avessero detto che era il pasto del condannato a morte. Ci raggiungono 2 amici di Dario: uno di loro è emigrato da Roma e con lui iniziamo un momento nostalgia come due deportati a Sant’Elena mentre in sottofondo mi pare di sentire la Ferilli che canta “Roma nun fa la stupida stasera”, l’altro è un giornalista di una rivista mitica quindi faccio uno sforzo immane per non biascicare, per dare un senso a quello che dico senza sembrare Simona Ventura che spiega le regole dell’”Isola dei famosi” e per azzeccare i congiuntivi (esagero al punto che inizio a metterne a caso ovunque anche quando mi presento: “Piacere, sia Insy”).
Nonostante tutti i miei preconcetti da terrone, il uic end è stato davvero divertente. Nel cielo avevano anche qui una specie di stella dalla luce accecante che dava calore. Se fosse stata a sud l’avrei chiamata sole (non so in milanese come si dica). E questo ha reso ancora più piacevole la trasferta che, per non essermi voluto far mancare anche un minimo di risvolto culturale, mi ha portato a visitare la mostra de La Sciapel: probabilmente la più estesa che l’artista avesse mai composto visto che esco con i piedi gonfi come due pagnottelle. Ci mancavano solo le foto del liceo in cui mostra il culo insieme ai compagni di classe e poi, per il resto, c’era ogni scatto fatto in vita sua.
Domenica poi un pranzo coi controcavoli (anche qui sto spingendo una campagna nostalgia conto l’incedere del “branc”) a casa di due ragazzi troppo, troppo carini i cui sorrisi si sono purtroppo tramutati in sgomento vieppiù mi vedevano macinare cibo come una schiacciasassi (devo fare una confessione, io non ho mangiato quanto avrei voluto solo per educazione, fosse dipeso da me avrei attaccato anche gli avanzi degli altri e mi sarei messo a frugare nella spazzatura dei vicini).
Per amor di cronaca, concludo confessando che sabato è stato un giorno molto piacevole soprattutto “per altri motivi” ma stavolta, per amor di privasi, non entro in particolari.

PS: oltre a farmi dare del ricchione dal cameriere di Obika, mi sono beccato un ennesimo appellativo da un ragazzo, che chiameremo con il nome di fantasia “Mario”, il quale mi ha fregiato del titolo di “Reginetta dello scandalo”.
Se dio vorrà, sul perché di tale titolo, un giorno ci scriverò un post ad hoc.

intolleranza ai latticini o latticini intolleranti?




Sabato scorso Insy, già “La più checca di Roma”, già “Diva del cazzo”, “Già gatta con il culo di piombo” è stata insignita nella Capitale morale d’Italia di un nuovo prestigiosissimo pseudonimo che, per i cultori dei film de Er’Monnezza non suonerà certo come particolarmente originale ma il contesto in cui mi è stato assegnato lo è davvero.
Da oggi, infatti, oltre ai suddetti titoli si aggiunge anche quello di Ricchione. Ho già contattato l’alto ufficio di araldica nobiliare e dicono che in effetti, con una sfilza di attributi del genere posso aspirare direttamente al rango di Arciduca in più, se entro la fine dell’anno me ne affibbiano un altro passo di diritto a Valletto Reale.
Insomma sabato dopo aver visto un'interminabile mostra di La Sciapel al Palazzo Reale di Milano (un presagio forse?) decidiamo di andare a mangiare qualcosa da Obika, un mozzarellaro al settimo piano della Rinascente, davanti il Duomo di Milano. L’ascensore sembrava un interregionale delle Ferrovie dello Stato dal momento che ha fatto soste di almeno 5 minuti ad ogni piano con tanto di bibitaro abusivo che entrava per vendere beni di conforto e il controllore che ci ha chiesto 2 volte di vedere il biglietto. Dopo 20 minuti arriviamo all’ultimo piano e, stremati, ci dirigiamo al ristorante.
Ordiniamo da mangiare una quantità di mozzarella tale che le mucche che ne hanno prodotto il latte adesso sono ricoverate in psichiatria bovina e ne avranno per almeno 3 settimane.
Arriva il conto e uno dei mie amici spulcia lo scontrino, poi, con molta eleganza (lui è del nord, io al posto suo avrei dato fuoco al locale) ce lo mostra e dice “leggete cosa hanno scritto infondo”. Leggiamo. “per i RICCHIONI”. Ci guardiamo in giro e cerchiamo di capire chi siano questi “ricchioni” poi, ci arrendiamo all’evidenza: siamo noi!!
Io inizio a sentire l’odore del sangue che spargerò e mi eccito come un pitbul pronto a scendere in un’arena di lotte clandestine tra cani.
Chiamiamo un cameriere e gli chiediamo di mandarci il responsabile. A questa richiesta, il cameriere (non quello che ci aveva servito) subodora il pericolo come le gazzelle braccate dalle leonesse nella savana e sbianca. Poco dopo arriva la responsabile che, letto lo scontrino diventa all’istante una statua di sale. Andiamo allora dal direttore responsabile che ha già sfoderato la shinai con la quale è pronto a fare harakiri. Viene da noi con il volto pallido come un cencio lavato e io, per metterlo a suo agio, mi presento: “salve, sono uno dei 4 ricchioni”. E’ mortificato e si scusa moltissimo promettendoci che la cosa non passerà impunita. Io giustamente risentito chiedo di parlare con “questa cima di cameriere”. Ci porta da lui. E’ per momenti del genere che la vita vale la pena di essere vissuta. “Sei tu che hai scritto ricchioni sullo scontrino?”. Lui spera che un terremoto del settimo grado della scala ricter faccia crollare il piano, la Rinascente, il palazzo, la piazza e, per sicurezza il Duomo appresso a tutto. “Si, scusa, non volevo”. No, fammi capire: stavi scrivendo “caffè macchiato” quando lo spirito di Tomas Milian si è impossessato di te e, involontariamente, ti sei trovato ad aggiungere il simpatico epiteto?
Io incalzo come la Meggillis in “Sotto Accusa”: “qualcuno di noi ti ha toccato il culo mentre servivi?” (io elegante come sempre…) “No”, risponde. “Qualcuno di noi ti ha fatto delle proposte o ti ha chiesto di andare a letto con te” (anche se forse un pensierino ce lo avevamo fatto). “No, mi dispiace”. Imperverso come una professoressa davanti ad uno studente impreparato. “Lo sai quanti ricchioni servi ogni giorno?”. “No” (ma rispondi pure? Era una domanda retorica!). “ora tu non ti preoccupare perché ci faremo risentire tramite i nostri avvocati” (giuro, io sogno di dire questa frase da quando seguivo Dainasti alle elementari).
Salutiamo cordialmente il direttore e lo invito la prossima volta a scegliere dei collaboratori un po’ più svegli. La questione infatti non è tanto quello che il cameriere possa pensare o dire sghignazzando con i colleghi in cucina mentre tagliano mozzarelle che vendono al prezzo di collane di Bulgari (io dico cose ben peggiori e molto meno politicallli correct) ma è la leggerezza di averlo scritto che va punita. Per questo, l’idea di pagare il conto non ci ha neppure sfiorato. Non vedo perchè i soldi di 4 ricchioni avrebbero, anche solo in parte, dovuto pagare lo stipendio di uno che ci ha insultato.

mercoledì 10 ottobre 2007

Noios volevam savuar...


Ieri dopo aver rischiato di fare due biglietti per giorni diversi, il primo d’andata Roma-Milano e quello di ritorno sempre Roma ma verso Milazzo, sono riuscito a fare i biglietti alle macchinette di Termini. Ammetto di aver vissuto qualche minuto di smarrimento davanti a questa specie di bagno chimico con "tac scrin" durante i quali sembravo lo scimpanzè di fronte al monolite nero di “2001, Odissea nello spazio” ma mi sono ripreso immediatamente iniziando a immettere i dati con una velocità da dattilografa diplomata rispondendo a tutte le domande: data di partenza, orario, posto, ruolo sessuale, altezza, ti piacciono i fiori? Alla fine, ce l’ho fatta e oltre ai biglietti per lo spettacolo “Un romano a Milano” (di e con Insy Loan) in scena questo fine settimana "nellamilanodabere" mi è uscita anche una stampa con il mio profilo psicologico, i bioritmi e un giro di ching. Ancora una volta l’uomo ha piegato la macchina e da scimmione, proprio come nel capolavoro di Cubrik, mi sono trasformato nel cosmonauta che infinocchia HAL 9000.
E non ci ho impiegato neppure troppo tempo sebbene, girandomi, abbia trovato alcuni in fila che avevano piantato una tenda e acceso un fornelletto da campo.
Ovviamente ho selezionato un posto singolo per evitare: congreghe di suore chiacchierine, boi scaut (a meno che non abbiano 22 anni e si siano convertiti all’AGESCI dopo aver vinto i giochi della gioventù nel decatlon) e bambini di 5 anni educati da madri moderne che gli lasciano smontare i sedili del treno con un piedi di porco sperando poi che loro si fermino semplicemente dicendo: “Mattia, dai stai buono, lo sai che non si fa ☺”. La mia quando viaggiavamo mi tramortiva con la fibbia della borsa all’uopo usata come maglio d’acciaio se solo mi piegavo ad allacciarmi le scarpe (però vedete come sono venuto su bene!).