
Meno male arrivo a Termini con 40 minuti d’anticipo. La carrozza numero 10 è talmente in testa al convoglio che quando monto vedo già la cupola del Duomo di Firenze.
Salgo e davanti a me si accomoda una finocchietto di 20 anni, che peserà un paio di chili in meno della modella di Nolita, con il colletto della polo alzata (che è la cosa che in assoluto mi fa andare il sangue al cervello) e una borsa ricoperta di spillette (la seconda cosa che mi fa andare in assoluto il sangue al cervello) lo trovo talmente insopportabile con quella sua aria da modella nana che quando smetto di ciancicare la gomma lo prendo per un orecchio, lo uso per incartarla e lo lancio dal treno in corsa.
Appena vedo il cartello Milano Centrale il pensiero mi riporta all’ultima volta che venni. Fui cannato 4 a 0 (modo di dire dello sleng romanaccio che significa “essere scaricato”, lo uso perché insieme a “sghicio” e “tozzo” sto cercando di far tornare in voga tutti i termini che andavano durante la mia adolescenza) da un ragazzo che mi piaceva molto per sms mentre ero lì per lavoro. A dire il vero, anche parecchi anni prima il mio ragazzo storico mi aveva cannato 4 a 0 mentre ero a Milano. Per fortuna ho con me un polletto che sgozzo immediatamente e appronto un rito vudù contro la sfiga (non sono fidanzato ma non si sa mai).
Il treno porta 10 minuti di ritardo a causa del traffico ai caselli in entrata a Milano ma va bene così visto che il mio cavaliere mi chiama avvertendomi che è ancora in moto.
Scendo e cerco subito di catturare le differenze tra Roma e Milano. Mi colpisce il raccoglitore di rifiuti differenziati. A Roma ce ne sono ma diversificano solo 2 categorie: rifiuti da buttare nel secchio e quelli da buttare a terra.
La stazione è sempre bella, ricorda il palazzo del governo Cileno dopo il bombardamento del colpo di stato del 1973.
Mi viene a prendere il mio amico con la lambretta (altro termine che intendo riportare di moda per intendere “scuter”), ha i pantaloni a sigaretta e io con i miei levis oversaiz capisco che devo assolutamente adeguarmi. Se lo mette lui che vive nella capitale della moda vuol dire che tra 6 mesi andranno di modissima anche da noi al sud quindi lo costringo subito a portarmi da H&M dove catturo 4 paia di leggins in fantastici colori moda. Ne indosso uno: ora sembro proprio un autoctono.
Passiamo 20 minuti cercando di caricare una borsa grande come un furgoncino per traslochi. Sono uno insicuro (Insy, mica a caso) e indeciso quindi, nel dubbio, anche per due giorni, porto l’equivalente di un viaggio di 80 in giro per il mondo, questa volta però non ho portato la moka (pare che ora anche a Milano la usino) e il frasario della Zanichelli “Farsi capire a Milano” (il mio amico mi farà da traduttore).
La sera ci buttiamo subito nel rutilante e scoppiettante giro degli aperitivi milanesi e nel giro di 4 ore riesco ad ubriacarmi di Margarita forse anche perché, per comodità, avevo deciso di farmene riempire un’autocisterna con una cannuccia al posto del bocchettone e farmi seguire per la città.
Tra un bar e l’altro mi ritrovo in un locale che pare essere uno dei più sghici della città (lo vedi? È un aggettivo paspartu che merita troppo la riesumazione!). la clientela è formata da “la meglio gioventù milanese” anche se però, c’avranno anche le cifre di Gucci impresse a fuoco sul quarto posteriore ma, mortacci, quanto sgomitano al buffè. Alla fine mi ritrovo a litigarmi l’ultima aletta di pollo con una che sembrava una supergriffata ma che s’era riempita il piatto manco le avessero detto che era il pasto del condannato a morte. Ci raggiungono 2 amici di Dario: uno di loro è emigrato da Roma e con lui iniziamo un momento nostalgia come due deportati a Sant’Elena mentre in sottofondo mi pare di sentire la Ferilli che canta “Roma nun fa la stupida stasera”, l’altro è un giornalista di una rivista mitica quindi faccio uno sforzo immane per non biascicare, per dare un senso a quello che dico senza sembrare Simona Ventura che spiega le regole dell’”Isola dei famosi” e per azzeccare i congiuntivi (esagero al punto che inizio a metterne a caso ovunque anche quando mi presento: “Piacere, sia Insy”).
Nonostante tutti i miei preconcetti da terrone, il uic end è stato davvero divertente. Nel cielo avevano anche qui una specie di stella dalla luce accecante che dava calore. Se fosse stata a sud l’avrei chiamata sole (non so in milanese come si dica). E questo ha reso ancora più piacevole la trasferta che, per non essermi voluto far mancare anche un minimo di risvolto culturale, mi ha portato a visitare la mostra de La Sciapel: probabilmente la più estesa che l’artista avesse mai composto visto che esco con i piedi gonfi come due pagnottelle. Ci mancavano solo le foto del liceo in cui mostra il culo insieme ai compagni di classe e poi, per il resto, c’era ogni scatto fatto in vita sua.
Domenica poi un pranzo coi controcavoli (anche qui sto spingendo una campagna nostalgia conto l’incedere del “branc”) a casa di due ragazzi troppo, troppo carini i cui sorrisi si sono purtroppo tramutati in sgomento vieppiù mi vedevano macinare cibo come una schiacciasassi (devo fare una confessione, io non ho mangiato quanto avrei voluto solo per educazione, fosse dipeso da me avrei attaccato anche gli avanzi degli altri e mi sarei messo a frugare nella spazzatura dei vicini).
Per amor di cronaca, concludo confessando che sabato è stato un giorno molto piacevole soprattutto “per altri motivi” ma stavolta, per amor di privasi, non entro in particolari.
PS: oltre a farmi dare del ricchione dal cameriere di Obika, mi sono beccato un ennesimo appellativo da un ragazzo, che chiameremo con il nome di fantasia “Mario”, il quale mi ha fregiato del titolo di “Reginetta dello scandalo”.
Se dio vorrà, sul perché di tale titolo, un giorno ci scriverò un post ad hoc.
