martedì 29 luglio 2008

PARTIRE, TORNARE. CHI LO SA?


















Quest’anno ho deciso per le mie vacanze di puntare sulla ricerca dell’equilibrio interiore, l’armonia tra spirito e corpo e la meditazione trascendentale. Stavo quindi per prenotare una settimana nel monastero buddista di Pomaia, quando all’ultimo, sfogliando Riza Psicosomatica, ho scoperto questa località che dicono essere l’ideale per ricaricare le energie spese durante l’anno. Seratine tranquille passeggiando lungo la riva, lontani dal clamore assordante della città, cene leggere a base di pesce e alle 23 al massimo, a letto per poter l’indomani godere del mare alle prime ore del giorno. Questa perla nascosta del Mediterraneo si chiama Barcellona.
Il 14 parto, la salma dovrebbe essere invece rimpatriata al massimo il 18. Ad ogni modo mi sono fatto tatuare dal canaro di san Lorenzo il codice all’interno della coscia e un microcip sulla nuca dato che, l’ultima volta che sono andato, sono tornato con dei buchi di memoria che a confronto i crateri lunari sembrano pori della pelle.
Voi invece dove andrete per le vostre vacanze? Fatemi sognare (è ovvio che quelli che faranno le ferie più belle saranno misteriosamente vittime di sciagure scaturite da invidie ancestrali, quindi andateci piano).

giovedì 24 luglio 2008

olliGhei On AIS (terza parte)


Nel pattinaggio artistico sul ghiaccio, ma credo sia più o meno lo stesso anche per quello a rotelle (benché sia la sorella stracciona), potrebbero decidere senza grossi problemi di unificare Maschi e Femminile in una unica categoria.
Così i ragazzi la finirebbero di subire la violenza di vedere le loro colleghe svolazzare con quei deliziosi gonnellini di paiet che delle regole infami vogliono indossati solo da portatrici sane di vulve e, di conseguenza, potrebbero far si che smettano, per invida, di allentare le viti dei pattini delle ragazze riducendo così il numero di incidenti che, nel 2007, ha superato di gran lunga quello delle morti bianche sul lavoro.
Io mi ero bello che rassegnato a fare le gare con una orrenda tuta termica che sembrava quella del mago Galbusera (solo nera e più sformata) anche perché con mio padre sugli spalti c’era poco da fare la subrettina da Bagaglino, ma c’è chi, come la Luccicona (ndr: nome d’arte di un amico-rivale sul ghiaccio e nei bar ghei così appellato per la patina di creme antietà di cui faceva abbondantemente uso già a 18 anni e che gli donavano l’aspetto di un parchè appena trattato con cera d’api), aveva deciso che non sarebbe stato certo quel brandello di carne inutile che giaceva nelle sue mutande a fermarlo dall’indossare un costume appropriato.
La settimana precedente alla nostra prima gara, mentre io ero intento a provare il programma, una coreografia orrenda, sulle musiche micsate tratte dalla colonna sonora di Indiana Gions e la Carmen di Bisé (roba da risvegliare qualcuno dal coma solo per poi lanciarsi dalla finestra perché non c’è coma abbastanza profondo per sopportare roba del genere) arriva lui, con il mento verso l’alto e il piglio da sincronet che sta per tuffarsi in piscina. Va verso la sua allenatrice, che la mia odiava a morte per cose irrisolte dei tempi in cui anche loro gareggiavano (quindi anche io ero costretto ad odiarla a mia volta insieme a odiare anche la luccicone che, ovviamente odiava me e tutto quindi creava un disteso clima da faida sarda), tira fuori da una cartelletta dei fogli che da lontano non riesco a capire cosa siano e glieli mostra. Li vedo confabulare mentre ansante riprendo fiato vicino alla balaustra e mentre faccio cenno agli infermieri del reparto di cardiologia di rimettere apposto il defibrillatore perché “ce la posso fare”.
I due hanno lo sguardo soddisfatto. Poi la lucida mi vede e viene verso di me. Senza manco dirmi “crepa, maledetta” mi mostra i fogli: bozzetti del costume che LUI ha disegnato da solo. A un primo sguardo sembra che Mazzinga si sia schiantato contro Barbi regina delle spogliarelliste da lap dens. “Domani lo porto da Tiresia (sartoria famosa per i costumi delle pattinatrici e delle travestite di punta dei carri del ghei praid di Rio de Gianeiro). Sarà il costume per la gara!”.
La settimana dopo iniziamo a riscaldarci per la competizione, io vestito come un raccoglitore di patate irlandese di inizio secolo inizio a ripassare la sequenza di passi quando un brusio dagli spalti accompagna l’ingresso della Luccica. Siccome il modello disegnato gridava frugalità, all’ultimo aveva deciso di aggiungerci una specie di rete rossa intrecciata con lustrini arancioni e para pattini gialli che riprendevano il trucco sul viso a cui paragone quello di Aida all’Arena di Verona sarebbe impallidito.
Inizia anche lui a riscaldarsi sulla pista. Io e gli altri 3 concorrenti, ovviamente finocchi pure loro, iniziamo a provare salti e trottole. In cuor mio spero che il tutto non sembri un enorme circo delle rotte in culo, visto che i miei sono tra gli spettatori, quando, avvicinandomi alla postazione degli allenatori, sento la commissaria tecnica del palaghiaccio fare alla mia allenatrice: “beh, vedo che anche quest’anno di maschi neppure l’ombra”.

lunedì 21 luglio 2008

INFANZIA DIFFICILE



















Io non ho mai capito ‘sto fatto della ricompensa ottenuta a seguito di un sacrificio. Francamente ancora oggi mi chiedo per quale motivo si attribuisca tanto valore etico all’impegno che pare essere il solo mezzo attraverso il quale ottenere (legalmente) qualcosa.
Da piccolo ho sempre avuto intorno compagni di classe ed amici che chiedevano giocattoli e venivano subito accontentati dai loro genitori se non vincolati da un blandissimo preambolo: “Sì, ti compro il castello di Greiscul (dei Master, per chi è nato dopo il 1988 erano dei mammozzi ipertrofici che in realtà sembravano tutti degli attori porno ghei) se prometti di fare il bravo”. E capirai che sforzo assecondare una richiesta così idiota!
Così i miei compagni si ritrovavano legioni di Master mentre io dovevo superare delle prove al cui confronto le dodici fatiche di Ercole erano giochi da colonie estive.
Io per cavalcare la mia prima bicicletta, una bmx nera con paraurti di gommapiuma gialli, non solo ho dovuto essere promosso agli esami di quinta elementare (“beh, ci mancava solo che venissi bocciato”, mi sono sentito dire da mio padre, l’ultimo degli spartani) ma ho dovuto superare un ulteriore prova.
I bambini di 10 anni solitamente leggono Topolino o, tutt’al più, si organizzano in mini gheng che si danno a soprusi e pestaggi, ma di certo non passano quello che ho dovuto subire io per quella cazzo di bicicletta.
Mio padre mi si presenta un pomeriggio di giugno con un libro bianco dalla copertina illustrata intitolato Iliade e già vedevo nubi gonfie di pioggia e lampi all’orizzonte. Mio padre avrebbe potuto vendere anche trucchi alle lesbiche per la sua capacità affabulatoria (“oggi il mei up lo usano persino i maschi quindi non è affatto un segno di effeminatezza”) e per il talento di minimizzare i rischi (“no, si figuri, anche con rossetto e rimmel, nessuno la scambierà mai per una donna”).
Insomma la cosa era abbastanza semplice: per poter avere la bicicletta avrei dovuto fare il riassunto, scritto, dell’Iliade. Una cosa semplice insomma. Io la bontà del mio carattere l’ho presa tutta da lui, infatti non era necessario che lo leggessi in esametro (alle elementari il verso più complicato che avevo imparato era quello per la festa della mamma “le rose sono rosa, le viole son blu, il mio amore per te è grande di più” quindi immaginate le budella come mi si contorsero quando provai a leggere: Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l'ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all'Orco
generose travolse alme d'eroi,
e di cani e d'augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l'alto consiglio s'adempìa), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de' prodi Atride e il divo Achille.
E qual de' numi inimicolli?
Fatto sta che, minimizzando il supplizio, mi disse: “Guarda, basta che ti leggi il riassunto che anticipa ogni canto e tu poi, ne fai uno scritto. Uno al giorno che ci vuole?”
Questo significò che per un mese circa, dopo pranzo, prima di poter scendere in spiaggia a giocare a biglie come tutti gli essere umani della mia età che non fossero stati partoriti dal marchese De Sad, dovessi leggere ‘sta storiaccia di corna, battaglie e tradimenti.
Per chi non ci credesse, può trovare il mio quaderno di allora presso il museo delle torture del castello di Mazzé, in Piemonte nella sezione: “Il mondo prima del Telefono Azzurro”.

martedì 15 luglio 2008

365


















Certo dare della persona che si impegna a uno che si ferma ad un esame dalla laurea proprio non si può.
Ho iniziato decine di libri che poi non ho terminato (ma ovviamente ho sempre detto di averli portati a termine).
Sono uscito con decine di ragazzi che poi smettevo di frequentare, così senza un motivo reale (non voglio fare lo sbruffone parlando di centinaia perché mi sto dando una ripulita alla reputazione e perché chi mi conosce poi mi direbbe “cala, cala…”).
Ecco perché mi stupisco che oggi sia giusto un anno che ho aperto il blog, componendolo più o meno costantemente per tutto questo tempo e senza pensare mai di mollarlo.
L’anno scorso, di questi tempi non sapevo neppure cosa fosse, anzi lo ritenevo una cosa piuttosto inutile e auto riferita. Oggi posso invece affermare che è una cosa assolutamente inutile ed auto riferita ma sono due aggettivi che mi calzano a pennello.
Ora che sono davanti al leggio, vestito con l’abito da sera, stringendo orgogliosamente in mano il premio della coerenza è necessario che faccia un ringraziamento ad una persona in particolare che mi ha spinto sulla strada del saiber chiacchiericcio, scusate ma le lacrime mi offuscano la vista e non riesco a leggere bene il nome che mi sono appuntato sul palmo…”grazie Dario (credo sia questo il nome), grazie davvero, senza di te non avrei mai aperto un blog, nessuno avrebbe saputo che sono La più checca di Roma, nessuno avrebbe potuto contare le innumerevoli sportellate in faccia prese solo quest’anno ma, soprattutto, chi avrebbe mai potuto immaginare che il sellino della mia motoretta è il posto migliore dove pulirsi la suola delle scarpe dopo aver pestato la merda di cane?”
Grazie anche a chi mi ha letto (garantendosi così sconti di pene su reclusioni, millenni di indulgenza sul purgatorio o favolose reincarnazioni nelle vite successive). Grazie a chi mi ha insultato perché sono cose che fanno sempre piacere soprattutto se a fartele è un anonimo che, per affetto, continuo a chiamare Ano. A chi mi ha detto di avergli cambiato la vita leggendo i miei post perché, dopo averlo fatto, la loro non gli sembrava più così male. A chi mi ha corretto errori di ortografia, citazioni storiche e geografiche facendomi ad esempio scoprire che il Sud Tirolo è ancora Italia nonostante parlino tedesco e si vestano come Peter di Aidi, che Crilù la cantava la Parisi e non la Cuccarini e che le lesbiche, in fondo, sono esseri umani quasi come tutti gli altri.

giovedì 10 luglio 2008

MAMMA, NON SONO GHEI!

















Finalmente una ricerca scientifica seria che a decodificato gli indizi rivelatori dell’omosessualità maschile.
E questo devo dire mi aiuta molto visto che fino a ieri sera adoperavo ancora l’infallibile metodo della mano nella mutanda: non dice nulla? E ghei.
Ti frantuma le mucose del naso con un cazzotto? Allora non lo è.
Leggo però oggi che questi elementi inconfutabili sono 4: 1 - Avere molti fratelli maggiori. Avere un fratello maggiore aumenta del 33% la possibilità che l'ultimo nato sia ghei.Già qui non ci siamo. Sono primogenito e neppure il preferito visto che mia madre chiama me Insy e mio fratello Bello di mamma. La mia omoricchinagge inizia a vacillare.
2 - Essere mancino.
La probabilità di essere gay per un mancino è del 34% e sale al 90% nel caso di una donna.
Presente, dico alzando la mano sinistra. Io con la destra non riesco neppure a premere il bottone dell’ascensore.

3 - Avere l'impianto dei capelli con rotazione inversa. Il 23% dei ghei ha una rotazione antioraria dell'impianto dei capelli rispetto al solo 8% degli etero.
Io ce l’ho invece che gira in senso orario ma a chi mi vede non basta certo questo elemento per scambiarmi per un etero. A dire il vero non mi ci cascherebbe neppure un sordo-muto-cieco.

4 - E...finalmente una buona notizia! Il pene in erezione degli omosessuali misura in media 16,5 cm e 12,6 di circonferenza, contro una media di 15,5 e 12,2 per gli etero. Viene così a cadere il mito della super potenza del maschio etero. I gay ce l'hanno più grande.
Vabbè una cattiva notizia per me una buona per i miei genitori ai quali posso dire allora di essere più etero del Duce perché io di peni grandi ne ho visti tanti anzi, con una punta di orgoglio, posso affermare di averne visti solo di tali, ma non il mio.

Insomma la ricerca è interessante come quella che realmente fu fatta da degli scienziati tedeschi che dovettero mettere una mano sul fuoco per decretare che su una fiamma la pelle umana è soggetta ad ustioni ma il problema, almeno per me, non è tanto riconoscere se ci sono dei ghei interno a me quanto convincerli a starci. Il giorno che qualche cervellone troverà il modo di scoprire come irretirli allora si che griderò: “Eureka!!”

martedì 8 luglio 2008

IL GHEI PIù BELLO D'EUROPA (?)


Sai quelle mattine in cui ti guardi allo specchi e ti chiedi come con quella facciaccia brutta riuscirai mai a trovarti un ragazzo che non rientri però nella categoria dei “disperati” e pensi che la bellezza starà pure negli occhi di chi guarda ma che pare che questo però poi punta sempre verso il bono di turno?
Beh poi vai su Repubblicapuntoit, leggi che c’è stata l’elezione di mister finocchio Europa e dici: vabbè, diamoci il colpo di grazia.
Ora io per carità se voglio fare la parte della solita cessa che davanti alla sfilata di Victoria Sicret, vedendo Gisel Buncen che veleggia lungo la passerella tra erezioni incontrollate del pubblico maschile, esclama: “mah, non mi pare proprio niente di che…” e dicendo questo, per l’invidia, si infila una forchetta nel palmo della mano però, scusate, ditemi voi se il vincitore di quest’anno meritava il titolo.
A meno che i parametri di giudizio fossero i centimetri (e qui, a giudicare dal costume, dovevano essere parecchi) non mi capacito come possa aver vinto uno che sembra Fernandel nella riedizione di Don Camillo e l’onorevole Ricchione.














PS: c'è stato un errore degli organizzatori che per un problema di incomprensione linguistica si sono ritrovati nella rosa dei finalisti la concorrente della Tailandina del concorso Miss Transessuale (alla destra del vincitore).

PS2: qualcuno avverta invece il primo e il quarto della foto che le fasce del gran premio della giuria verranno consegnate questo sabato presso la fondazione INSYLOAN di Roma con una cerimonia strettamente privata a cui non è ammessa neppure la stampa. Gradito l'abito elegante, anzi, ora che ci penso, gradito nessun abito.

giovedì 3 luglio 2008

OI GRECOI.


Io ho scelto il classico perché m’avevano detto che c’era poca matematica. Credo che la con la stessa scusa siano stati fregati milioni di studenti che come me, per sfuggire dalla padella dell’aritmetica si sono ritrovati sulla brace attizzata da mantici chiamati Platone, Senofonte e Plutarco.
La mia media nei 5 anni di superiori non si è mai allontanata dal 4. Si ricorda un 5- in seconda liceo ma avevo intercettato il labiale di un compagno secchione che stava dettando da un capo all’altro dell’aula la traduzione a Giovannona Coscialunga sperando di godere poi un po’ della sua promiscua sensualità (lei era una mia compagna burrosa come la Gradisca di Amarcord così portata per gli studi classici che quando il professore di greco le rivelò che Saffo era una donna, nonostante la desinenza maschile in “o”, che amava le donne lei rispose con stizzoso distacco “beh, contenta lei”).
Io la mattina dei compiti in classe di greco andavo davvero rilassato perché non è come per le interrogazioni a programma dove se hai studiato 9 parti su 10 sei terrorizzato che quell’unica sola parte scoperta possa compromettere una sostanziale preparazione. No, io del greco non ci capivo nulla quindi questo significava ad esempio che il giorno prima potevo spendermelo tutto in televisione e passeggiate. Tanto che ti prepari a fare? In effetti non ho mai capito quei capoccioni senza una vita della mia classe che il pomeriggio precedente lo passavano traducendo l’opera omnia di Platone. Non si tratta mica di un saggio di danza che più ti alleni sulla stessa coreografia e meglio ti viene, no? (notare i miei continui paragoni che trasudano testosterone e virilità).
Molto meglio come faceva Danile che passava il pomeriggio precedente ai compiti a rastrellare dalla biblioteca del padre filosofo tutti i testi di greco con traduzione a fronte.
Il giorno del compito, riusciva a portarsi fino a 12 libri vari di greco che stipava un po’ sotto il sedere, altri nello zaino, altri dietro il Rocci (ndr: per chi è scampato all’olocausto del greco, si tratta del vocabolario greco-italiano, la cosa più simile ad un dolmen di Stoneing sia per dimensioni che per peso) e i restanti li occultava nei vari orifici del suo compagno di banco.
Le versioni erano sempre 4 e venivano assegnati sfalsati per evitare di copiare, certo, come se, a parte me, il resto della classe fosse composta da menti eccelse. Tre ce ne erano di superdotati. Il resto pur non prendendo i miei 3 e mezzo, potevano raggiungere un 4, un 4 e mezzo, tiè, e ti pare che mi sarei preso pena di copiare qualcuno per un mezzo misero punto?
Solitamente mi limitavo a dare una sbirciata al brano che mi sembrava sempre una manciata di lettere incomprensibili buttate a casaccio su un foglio di carta, condite con accenti e spiriti (vorrei dirvi cosa sono ma credo di essere la persona meno indicata a farla). Provavo quanto meno a tradurre qualche parola poi le parti che proprio non capivo (la maggior parte) le integravo con la frase “questo passaggio non l’ho capito” che ripetuto su 5 righe delle otto della versione sembravano piuttosto la pagina riempita ossessivamente dal protagonista di Scaining: “il mattino ha l’oro in bocca” “il mattino ha l’oro in bocca” “il mattino ha l’oro in bocca” “il mattino ha l’oro in bocca” “il mattino ha l’oro in bocca” “il mattino ha l’oro in bocca”.
A volte invece mi sembrava che quelle zampe di gallina avessero un senso e, invasato dallo spirito di Senofonte, riuscivo anche a tradurre la versione quasi interamente. Evidentemente però il mio spirito guida era un analfabeta omonimo del famose autore greco dal momento che poi, confrontandomi con i compagni a cui era capitata la stessa traduzione, scoprivo di aver liberamente interpretato il senso del brano.
“Scusa ma te la parte delle navi incendiate in mare come lo hai tradotto?” chiedevo a Germana, una secchiona simpatica come un dito in un occhio.
Con quel tono di distacco come stesse parlando con una cacca di cane che gli si fosse attaccata alla suola della scarpa mi fa: “guarda che quel passaggio io non l’ho proprio trovato, sicuro della traduzione?”
E io con una presunzione del tutto igiustificabile: “certo, la seconda riga dove…”.
Germana, sorride: “…ma lì c’era scritto che avevano acceso un fuoco sacro sulla torre in legno in onore del dio!”.
Qualche giorno dopo la speranza di aver avuto una versione diversa da tutti gli altri, personalizzata apposta per me, svaniva con la riconsegna dei compiti. La mia e quella dell’odiosa Germana erano davvero le stesse. Lei 8 io 3.
Siccome in greco una parola può avere 4 pagine di significato è facile sbagliare il senso della frase traducendo tutt’alto (barca e legno infatti possono essere tradotte con lo stesso sostantivo greco, bella lingua vero?) indovinate chi era quello che, nel dubbio sceglieva sempre il significato sbagliato?

martedì 1 luglio 2008

coSI' T'IMPARI!!"-terzo caso



A seguito della polemica su: “così ti impari, secondo caso”, vi sottopongo un ennesimo, lampante episodio di sfrugugliamneto della sorte ricordandovi che la vita e come un cane che sta mangiando: andargli a rompere l’anima non è mai una cosa prudente.

Nato a Long Island, Treadwell nella sua vita ha dovuto affrontare problemi di alcool e droghe, dopo il tentativo fallito di affermarsi come attore, infatti cercò in tutti i modi di ottenere un ruolo nella sit-com Cin Cin,[1] ma il ruolo fu affidato a Woody Harrelson.
Ad certo punto della sua vita decide di vivere a stretto contatto con gli orsi grizzly nel Parco nazionale e riserva di Katmai in Alaska, che diventano una sua ossessione personale. Treadwell ha vissuto assieme agli orsi ogni estate per tredici anni, dal 1990 al 2003, studiandoli e documentando ogni loro movimento. Questa sua bizzarra scelta di vita la portato a diventare una celebrità negli Stati Uniti, tanto da partecipare a svariati show.
Nel 2003, la tredicesima estate è stata per lui fatale, infatti si trovava nel parco in compagnia della fidanzata Amie Huguenard, quando i due furono assaliti e sbranati da alcuni nuovi esemplari affamati e probabilmente non abituati alla loro presenza. Della loro tragica fine vi è una documentazione audio fornita dalla telecamera di Treadwell, che era otturata dal tappo, che ha registrato le loro grida strazianti. Negli 85 anni di storia del Parco nazionale di Katmai, questo è il primo incidente in cui alcune persone sono state uccise dagli orsi.,[2]
La vita, il lavoro e la morte di Treadwell sono stati raccontati nel documentario del 2005 di Werner Herzog Grizzly Man.

Insomma io da piccolo avevo la passione per i pesciolini rossi e quelli stai sicuro che se ci infili un dito nell’acqua non te lo tranciano di netto come una murena.
Non ti piccino i pesci rossi? Puoi sempre dedicarti alle miniature storiche o alle riproduzioni di monumenti fatti con gli stuzzicadenti prima di andare a rompere l’anima a un Grizli.